L'avvento dell'ocolingo

cioè di chi parla con le stesse dinamiche con cui l'oca emette i propri versi.
martedì, 02 settembre 2008

DODIeC

L'ARCHIVIO OSCENO

"D.O.D.I&C.", è la compagnia
"Dove Ogni Deficiente Impera"
http://www.youtube.com/results?search_query=Dove+Ogni+Deficiente+Impera&search_type=&aq=f
in cui si predica la fede in Dio
e contemporaneamente la
pena di morte

Vedi anche:
The Supernoise
Keynes, ovvero il prototipo del cretino
Il responsabile limitato, ovvero l’ipercretino

Il debole pensiero di un debole uomo
 

Cronistoria assoluta di una previsione

Cari animali e animalisti del web!

  

[...] Attualmente, settembre 2008 è il pensiero eretico stesso a combaciare paradossalmente col cosiddetto Socing, o INGSOC, detto anche in questo blog MENTECATTOCOMUNISMO. L’eresia odierna è infatti mero “pensiero-contro” costituentesi in “partito”, e ciò viene a coincidere col contenuto concettuale del termine greco “airesis [... leggi tutto] [è dedicato soprattutto al PREMIO NOBEL PER LA PECE DI PITIGLIANO detta anche "Maxi trituratrice-orchiclastica-airesis"].

Perciò o MAGAMANZA ci vuole LA CURA 

 

La mafia è fenomenologia patologica di tipo socio-psicologico [...].

Il rapporto tra donne e mafia è molto stretto [... leggi tutto]

 

Ezra Pound

LXXIV (Pisan Cantos) - Audio: "La cura" 

 

[…] From the law, by the law, so build yr/ temple

with justice in meteyard and measure

a black delicate hand

a white’s hand like a ham

pass by, seen under the tent-flap

on sick call: comman'

comman’, sick call comman

and the two Iargest rackets are the alternation

of the value of money

of the unit of money METATHEMENON TE TON KRUMENON

and usury @ 60 or lending

that wich is made out of nothing

and the State “can” Iend money as was done

by Athens for the building of the Salamis fleet

and if the packet gets Iost in transit

ask Churchill's backers

where it has got to the State need not horrow

nor do the veterans need state guarantees

for private usurious Iending

in fact that is the cat in the woodshed

the State need not borrow

as was shown by the major of Wörgl

who had a milk route

and whose wife sold shirts and short breeches

and on whose book-shelf was the Life of Henry Ford

and also a copy of the Divina Commedia

and of the Gedichte of Heine

a nice little town in the Tyrol in a wide flat-lying valley

near Innsbruck and when a note

of the small town of Wörgl went over

a counter in Innsbruck

and the banker saw it go over

all the slobs in Europe were terrified

“no one” said the Frau Burgomeister

“in this village who cd/ write a newspaper article.

Knew it was money but pretended it was not

in order to be on the safe side of the law”.

But in Russia they bungled and did not apparently

grasp the idea of work-certificate

and started the N.E.P. with disaster

and the immolation of men to machinery

and the canal work and gt/ mortality

(which is as may be)

and went in for dumping in order to trouble the waters

in the usurers' hell-a-dice

all of which leads to the death-cell

each in the name of its god […]. [“Dalla legge, secondo la legge, così costruite il vs tempio / secondo regola e misura / una nera mano delicata / una mano di bianco come un prosciutto / passano oltre, viste da sotto il lembo di tenda / per marcar visita: avanti / avanti, visita medica, avanti / e le due truffe più grandi sono l'alternarsi / del valore dei soldi (dell'unità del denaro METATHEMENON TE TON KRUMENON) / e l’usura al 60 per cento o il prestito / poggiante sul nulla / e lo Stato “può” prestar soldi… come fu fatto / da Atene per finanziare la flotta di Salamina / e se il piroscafo va perduto nel transito / chiedi agli avallanti di Churchill / dove sia finito… lo Stato non ha bisogno di prendere in prestito / né i veterani hanno bisogno di garanzie statali / per prestiti privati ad usura / infatti quello è il gatto sotto la tettoia / lo Stato non ha bisogno di prendere in prestito / come fu dimostrato dal sindaco di Wörgl / che faceva commercio col latte / la cui moglie vendeva camicie e calzoncini alla zuava / e che teneva in mensola libri come “La vita di Henry Ford”, / la “Divina Commedia” / e le “Poesie” di Heine / un grazioso paesino del Tirolo in una valle ampia e distesa / non lontano da Innsbruck / e quando una nota del paesino di Wörgl fu presentato / a uno sportello di Innsbruck / ed il banchiere se lo vide presentare / tutti gli sporcaccioni usurai d’Europa furono terrorizzati / “Nessuno” disse Frau Burgomeister / “in questo villaggio che sappia scrivere un articolo di giornale. / Si sa che è denaro ma si finge di no per non correre rischi con la legge”. / Ma in Russia si era messi allo sbaraglio e in apparenza / si fingeva di non afferrare l'idea di certificato di lavoro / e disastrosamente la N.E.P. cominciò / e l'immolazione di uomini all’apparato / e l’ingranaggio del lavoro e la grande mortalità / (che è quella che è) / e si diedero al dumping per agitare le acque nell'inferno degli usurai / e apre la strada a celle di morte / ognuno in nome del suo dio”].

 Cari leccaculisti del web!
esibizionistissimi viaggiatori, "snudanti" la profondità del vostro io, dicenti "io ogni notte volo", o "io non sono capace di...", e portatori di pregiudizi! Esercitatevi di più nell'IDA-program (Idiozia devotamente allineata), e non intristitevi per via di kakotopia,  "tristo enigma" delle incomprensioni"! Ogni problema è risolvibile superando le contraddizioni... Non abbiate paura... di voi stessi... Su dai... Terroncelli... Non fate così... E soprattutto ricordate che
L'IGNORANZA È FORZA e che LA GUERRA È PACE! Se proprio amate gli aforismi o le frasi già fatte per imporVi, Vi accontenterò... anche se l''aforisma non coincide mai con la verità... E a te revisionista assatanato nell'IDA-program, nonché sognator sognato, pervenga di Enlil il monito: "E vinci 'sta schiavitù"... Oppure clicca la farfalla blu... Oppure ancora ascolta questo audio creato apposta per te: "1984"! 

Imporsi non è sbagliato, e in questo blog potrete studiare e specializzarvi nell'arte del leccaculo, che sarà analizzata da vari punti di vista. Airesis o non airesis, eresia o non eresia, filosofia o non filosofia, la civiltà della menzogna per instaurarsi fino in fondo ha bisogno di cultura dell'ombra, cioè di giustificazioni, di nuovi amori, storie di baciaforismi, ecc., di parole e cose della massima potenza affinché i falsi problemi possano essere considerati veri. Senza il prosperare dei cretini, che sono più pericolosi dei delinquenti, la civiltà della menzogna non potrebbe infatti svilupparsi fino al limite delle sue possibilità, oltre il quale inizia la sua impossibilità. Viva e prosperi l'abominio dunque perché solo col suo massimo successo è possibile l'altra fase. Ascolta per esempio il dispiacere di Contento... e fatti coraggio... perché la luna non resta sempre crescente... 

Nulla vi è di più abominevole di una poesia sgrammaticata o di un sedicente poeta che "fa" il poeta scrivendo "qui " "sto" con l'accento, o altri strafalcioni di questo tipo. Non vi è nulla di più antifemminile di una femmina che atteggiandosi a maestra di saggezza o di erotismo sacro, leccaculando a destra e a sinistra, magari più a sinistra che a destra, nei vari blog in cerca di lettori, o di altrettante prestazioni leccaculiste maschile o femminili: l'ocolingo va a caccia di oche e cigni... È una nuova classe di bipedi, che si sta affermando come razza settaria dell'homo ignorans, cioè dell'umano spensierato che "non ne vuole sapere", e che vuole permanere tonto. L'ocolingo è un cadavere politico, o lo zombi, preannunciato nel 1948 da George Orwell nel suo celebre romanzo "1984", precisamente nei vocabolari di neolingua in esso trattati.

L'avvento dell'ocolingo non è solo l'avvento di un linguaggio ma anche quello di un nuovo tipo di uomo portatore di mente cattomunista: l'uomo mentecattocomunista. Anche questo termine rientra nello stile neolinguistico del bi-pensiero alla Orwell, anche se lo supera in quanto tri-pensiero, dato che comprende non solo la contraddizione del cattolico-romano (cattolico significa universale, e romano significa non universale in quanto di Roma) e quella del comunismo (tradizionalmente anticattolico, cioè anti universale, ma internazionale, e quindi nazionalmente universale), ma anche quella della mente del mentecatto, tipica di colui che, da buon ocolingo non usa la mente (o la usa il meno possibile). Il mentecattocomunista è infatti il prodotto del Partito dopo il fallimento del Partoto. Col crollo del muro di Berlino è crollato anche il Partito, e l'uomo dell'Internazionale si è trovato così col culo per terra. Per cui, nella sua bontà d'animo si è messo a leccarsi le ferite prodotte dal contatto crudo con la durezza terrestre. Insomma è diventato leccaculo. Non lo dico con disprezzo. Perché questa è la realtà del nuovo muro di Maastricht, che sostituisce il muro di Berlino senza di colpo ferire. Anche perché il pensiero debole di questa realtà può rafforzarsi solo essendo sempre più debole. È infatti inutile mostrarsi forti dicendo la verità per esempio sul caso Tortora, e contemporaneamente dire "cerchevamo" (voce del verbo "cerchere") perché tale "rifacimento del vocabolario" secondo i principi di riduzionismo o di semplificazionismo della neolingua orrwelliana è di per sé negazione di tale forza. Ecco perché diventa importante la possibilità del collo o della laringe dell'ocolingo di dire la sua senza connettersi al cervello: è qualcosa di essenziale, di sbrigativo e di dinamico ("A domanda risponde..."). L'oca, già con la sua "camminata regale" o da Nobel, è l'insegnante intelligentissima che l'uomo ocolingo sta imparando ad imitare. "A me le oche hanno insegnato molto" dice dopo il corso di ocolingo il leccaculista provetto... Leccaculare è infatti cosa buona e giusta, come insegna Stengel nel suo "Manuale del leccaculo", di cui riporterò in questo blog i punti più significativi...

postato da Ocolingo alle ore 10:45 | link | commenti
categorie: airesis
venerdì, 05 settembre 2008

leccaculando

LECCACULANDO

Ovvero: il piacere di essere leccaculati
di Richard Stengel, titolo originale "Piacere ad essere ingannati" (dal "Manuale del leccaculo")

Gentili e perfetti lettori, non comincerò questo libro con un omaggio al vostro acume, perché persone di qualità come voi sono certamente immuni alle lusinghe. Vi accorgereste subito di una smaccata adulazione e la respingereste con fastidio. Quanti, come voi siano intuitivi e sicuri di se stessi non vorrebbero servilismo e sviolinate, ma franchezza e verità.
Eppure, cari lettori, senza offesa, io ne dubito.
Ci piace credere che più un individuo è intelligente, più sale in alto sulla scala del successo, e meno è vulnerabile alle lusinghe. In realtà, sembra che sia vero proprio il contrario: chi ha successo e una maggiore autostima interpreta gli elogi nei propri confronti non come lusinghe ma come dimostrazione di intelligenza da parte dell'interlocutore ("Sì, com'è sagace il giovane Smith a capire il mio genio"). Per converso, la gente con scarsa autostima è molto più cauta. "L'amore di sé", diceva La Rochefoucauld, "è il più grande di tutti gli adulatori". Chi non riesce a sopportare gli stupidi tollera facilmente gli adulatori. (Ergo, gli adulatori non sono stupidi). Pertanto, vi lusingherò limitandomi a non lusingarvi, che forse è la forma più elevata di piaggeria.

Quando dicevo ai miei amici che stavo lavorando a un libro sull'adulazione, riflettevano un attimo, sorridevano e poi esclamavano con tono teatrale: "Che idea geniale! Sarà un libro meraviglioso. Sei la persona giusta per farlo". All'inizio, pensavo tra me: "Sembra che l'idea riscuota successo" ma poi mi accorsi dell'ironia sottesa. Ecco come opera l'adulazione: tutti noi siamo disposti a credere in ciò che vogliamo credere.
Oggigiorno, quel tono ironico ammanta spesso ogni forma di adulazione, o almeno di elogio. Ciò che riteniamo un complimento viene solitamente enunciato con un aria di astuta consapevolezza, con una specie di autocoscienza:
"Sappiamo tutti che si tratta di adulazione, per cui non considerarmi un ambiguo leccapiedi". Oggi, in effetti, cerchiamo di inventare nuovi modi di elogiare gli altri perché quelli tradizionali sono considerati moneta fuori corso.
Gran parte degli elogi pubblici assume un tono scaltro e ironico, come se fossero formulati fra virgolette. Nei talk show televisivi, le presentazioni di vecchio tipo sono ormai usate solo come forma di cattivo gusto. Gli elogi pubblici si sono modificati perché nessuno vuole essere giudicato un viscido adulatore. Talvolta, durante i programmi televisivi, capita ancora di ascoltare le sincere esagerazioni tipiche degli anni Settanta ("Sei il migliore", "Sei il più grande"): queste facili frasi sono il retaggio dei vari movimenti di autostima dell'ultimo trentennio. Tali superlativi denotavano il lato peggiore dell'adulazione perché, naturalmente, se tutti sono "i migliori", nessuno lo è davvero, oppure lo siamo tutti.
Recentemente, le lusinghe sono diventate più coperte, meglio occultate.
[...] Non ci sono più lusinghe dirette al bersaglio, ma oblique piaggerie, che giungono a segno in modo indiretto. Siamo diventati più sottili, stiamo attenti a non farci scoprire. E gli spettatori sono più cinici. Non vogliamo sembrare troppo seri. Siamo maggiormente versati nell'infida arte che i sociologi hanno definito "gestione dell'immagine". L'adulazione pubblica è meno di moda, ma c'è ancora chi si dedica con fervore alle lusinghe in privato, come rimedio per la scarsa espansività sociale ("Non potevo dirtelo alla riunione del personale, ma volevo farti sapere che il tuo consiglio era azzeccato").
Oggi abbiamo la tendenza a pensare che ogni lode sia un'adulazione e non ci preoccupiamo quasi mai di distinguere fra i due concetti. Sembra che la lode sia diventata una sottospecie di lusinga. L'adulazione non ha mai avuto un'accezione accattivante, ma oggi la nostra visione strategica, un poco prevenuta, ha intaccato anche i normali elogi. Che cosa rivela della nostra cultura il fatto che non distinguiamo fra elogio e piaggeria, o che consideriamo ogni lode come un'adulazione?
Dire che viviamo in un'era ironica è una frase fatta, ma qual'è il suo vero significato? Innanzitutto, intratteniamo un rapporto molto più libero e scettico con la nozione di verità. Ai nostri giorni, a livello morale siamo tutti dei relativisti. Nessuno crede più agli standard di George Washington, se mai ci ha creduto. L'idea illuministica della verità come valore supremo è diventata marginale. Nulla è più completamente diritto, tutto è obliquo e strategico.
L'ironia prospera sempre in periodi in cui il concetto di verità è relativo, però il diffondersi dell'ironia genera il cinismo, una specie di letargia morale. Queste sottigliezze vengono accolte con un sorriso compiaciuto o un'alzata di spalle. Ci ammantiamo di quella che Christopher Lasch ha definito "frivolezza difensiva". Se la verità è relativa, l'adulazione è solo un'altra maniera per manipolarla.
Quando parlo con qualcuno che non conosco bene, non penso più "questa persona mi dice la verità?", penso piuttosto "quanto si avvicina alla verità quello che mi sta dicendo?". Lungi da me ritenere che oggi la gente sia più incline a imbrogliare, credo invece che sia più autoconsapevole, più accorta e pragmatica nei rapporti umani. La nostra concezione della realtà è più sfumata, e questo non è un male. Al giorno d'oggi, gli individui onesti cercano di rimanere il più possibile vicini alla verità. Quelli meno onesti se ne allontanano di quanto è loro consentito nella pratica.
La radice della parola "ironia" è il termine greco "eiron", che di solito traduciamo con 'simulatore'. È così che tendiamo a considerare l'adulazione, come simulazione, un genere particolare di manipolazione della verità. Ma la piaggeria è diversa dalla simulazione perché è una forzatura della verità, e raramente la mettiamo in discussione. Se qualcuno mi dice di essere molto intuitivo, mi chiedo se sia vero; se mi dice che io sono molto intuitivo, be', penso che sia molto intelligente da parte sua. Per molti aspetti, l'adulazione funziona come un missile telecomandato che si dirige verso la nostra vanità. E, come dicono i saggi, la vanità è il tratto umano più comune: tutti vogliono piacere agli altri, tutti desiderano essere apprezzati. I complimenti colpiscono quasi sempre il bersaglio perché il bersaglio - tu, io,
ognuno di noi - si espone per essere colpito. Non abbiamo difese naturali contro l'adulazione, non dubitiamo perché vogliamo credere. Come disse John Locke, tutti "abbiamo piacere ad essere ingannati". Se è una bugia, non siamo interessati a indagare su di essa. "Mentimi", canta Sheryl Crow, "e prometto di crederti".
Una regola operativa dell'antropologia culturale postula che, in una società, la cosa più importante da analizzare è quello che essa da' per scontato. Noi diamo per scontata l'adulazione. Partiamo dal presupposto che è sempre stata con noi e sempre lo sarà. In questo libro, non mi baserò sul principio scientiflco della parsimonia, accettando cioè solo le premesse più sicure per l'enunciazione di una tesi. Per analizzare l'adulazione, accetterò le concezioni più ampie ed estensive. Talora, addurrò esempi che vi faranno pensare "no, questa non è una lusinga". Tuttavia, preferisco sbagliare per eccesso che per difetto.
Prima di procedere, lasciatemi fare una dichiarazione di intenti. L'adulazione è un elogio strategico, con uno scopo preciso. Potrebbe essere esagerata, oppure accurata e veritiera, ma è sempre interessata a un risultato, che può essere un bell'ufficio con una finestra o risultare ancora più simpatici. E una specie di manipolazione della realtà che sfrutta l'accrescimento di un'altra persona a nostro vantaggio. Potrebbe essere perfino un elogio autentico.
Non mi dilungherò molto sulle forme quotidiane di adulazione, obbligatorie in quella che è chiamata vita sociale - sì, diciamo alla direttrice di sala che la paella era deliziosa anche se sembrava colla, diciamo all'avvocato aziendale che è stato piacevole parlare con lui delle nuove leggi sugli investimenti immobiliari sebbene la sua conversazione sia stata leggermente noiosa. Esistono pure le vestigia dell'adulazione, forme rituali su cui non riflettiamo più, come la chiusura epistolare "Cordiali saluti", e si tratta di una forma di cortesia in cui l'antico desiderio di compiacere la persona è scomparso quasi del tutto. Ma nell'era dei telefonini cellulari e della posta elettronica, sono invalse nuove convenzioni che fanno a meno di formule inutili e pedanti.
Ci sono poi situazioni in cui il complimento è obbligatorio: la sposa è sempre bella, Il caro estinto è sempre stato buono, al vernissage di una mostra d'arte siamo costretti a rivolgere un complimento all'artista, in visita a dei neo-genitori non possiamo esimerci dal dire che il neonato è carino. In tali situazioni, tacere sarebbe interpretato come maleducazione. L'assenza di elogi sarebbe evidente, madornale: in tali circostanze comprendiamo che l'adulazione è il lubrificante della civiltà. Senza di essa, come ha indicato il sociologo Erving Goffman, avremmo un caos da salotto. La stabilità sociale dipende da una certa quantità di inganni. Ha scritto il filosofo George Steiner: "La capacità linguistica di nascondere, disinformare, lasciare nell'ambiguità, ipotizzare e inventare è indispensabile, a ogni livello, per l'equilibrio della coscienza e per lo sviluppo dell'uomo nella società". Dobbiamo adeguare il nostro volto a quelli che incontreremo.
Alcune analogie sono particolarmente utili per capire cosa sia la piaggeria. Come ha detto lo storico Daniel Boorstin, essa è una specie di propaganda in cui l'informazione è "intenzionalmente tendenziosa". Come la propaganda, inoltre, è un'informazione che dipende da un richiamo emotivo a cui vogliamo credere. L'adulazione è anche una maschera che protegge e favorisce l'adulatore facendo finta di favorire la persona lusingata.
Il senso di tutte queste metafore è che l'adulazione non è ciò che sembra, che esiste una separazione fra apparenza e realtà. Per usare un'altra metafora, l'adulazione è un coltello a due lame, che sembra dire una cosa mentre in realtà ne dice un'altra. Tale ambiguità deriva dal fatto che ha qualcosa da nascondere. Il suo successo dipende dal mascheramento di qualsiasi motivo che non sia la sincerità disinteressata. Essenzialmente, la piaggeria è il linguaggio che promuove l'interesse personale cercando allo stesso tempo di occultarlo.

postato da Ocolingo alle ore 07:00 | link | commenti (17)
categorie: leccaculismo
domenica, 07 settembre 2008

imporsi

Tecnologia della credibilità

In ogni scriba c'è un uomo dei segni e quindi un uomo di Stato. Alla funzione necessariamente politica del produttore di simboli corrisponde la funzione necessariamente simbolica del responsabile politico. Chiunque trasmetta segni, in qualche modo governa; e chiunque governi in qualche modo si occupa di trasmissioni. Pertanto, così come i luoghi e i procedimenti dell'attività intellettuale nel corso dei secoli si sono spostati mediante l'evoluzione dei supporti e dei vettori, allo stesso modo si comportano i metodi dell'azione pubblica e le forme dello Stato. La vita politica di una società si può interpretare come la drammatizzazione delle sue tecniche, di cui la creazione artistica sarebbe, parallelamente, la poetizzazione. Ma così come poetare senza conoscenza della lingua è eresia, costretta ad essere seduzione leccaculista, così l'airesis leccaculista è ortodossia dello "Stato seduttore" in cui il pathos regola il nomos (legge) ed il politicume raggiunge appena l'artistume (Régis Debray, "Lo Stato seduttore", Roma, 1997). Da qui le disfunzioni della "politica": l'abbandono dei margini di autonomia, scatena una spirale autodistruttiva. Lo Stato-leccaculista in effetti corre il rischio di diventare isterico, di scoppiare, di banalizzarsi e infine di diventare sterile. La nevrosi isterica è la forma limite del comportamento leccaculista, come ricerca perpetua dell'impronta giusta, o come desiderio morboso di rendersi simpatico che coinvolge chiunque voglia sposare e prevenire i desideri altrui ad ogni costo. In questo pathos, cioè in questo miscuglio di ferocia egoista e di cortesia altruista proprio del mondo politico, c'è qualcosa di davvero patetico, dato che ognuno parla e agisce non in funzione di quello che prova, ma di quello che crede che gli altri proveranno sentendolo o guardandolo.

Nella civiltà della menzogna le tecniche del far credere sono ambite. E l'ocolingo, vale a dire l'uomo del leccaculismo di Stato, vuole - nella sua logica di dominio - imporsi per imporre il suo niente. Del resto, anche lo Stato è un niente (negazione dell'ente), cioè un "ente" che nessuno ha mai toccato, o visto, né ad occhio nudo né al microscopio, né in una foto presa dall'aereo. Non è una cosa, come un territorio o una porzione d'oceano. È un certo rapporto tra gli uomini che rende il diritto di comandare indipendente dalla persona che comanda. Una collettività è retta da uno Stato quando il legame di sottomissione da uomo a uomo è sostituito da una subordinazione di principio. Questa spersonalizzazione dell'obbedienza crea l'istituzione, con il suo doppio imperativo di legittimità (il capo è più che un soldato fortunato) e di continuità (i capi passano, l'autorità resta). La violenza può dar luogo a un potere di fatto, ma non può suscitare né perpetuare da sola il consenso. Quest'ultimo presuppone una "dominazione simbolica" (Weber) mediante cui i soggetti introitano i principi della loro propria soggezione. Il dominio dell'uomo sull'uomo, unico animale simbolico della classe dei mammiferi, non appena cessa di essere pura e semplice coercizione, presuppone l'intervento di simboli.
Il capo deve far cenno, per conquistare gli spiriti e i cuori. Ma i segni possiedono essi stessi una storia materiale, che declina una gamma di supporti, di raggi d'azione e di velocità quasi incommensurabili in modo tale che l'universo simbolico sia modellato dalle trasformazioni tecniche. Il passaggio dallo Stato scritto allo Stato schermo fa così fiorire discussioni ed argomentazioni democratiche nel web, cioè in un impero traviato a partire dal pensiero debole, in cui regna la sottomissione a norme pensate come utilitarie, ma i cui fini ultimi sfuggono alla discussione. Come se la discussione pubblica dei fini non fosse essa stessa assoggettata ad un insieme tecnico determinato di mezzi fondamentali come l'alfabetizzazione, la sintassi, la grammatica, il supporto cartaceo, il foglio elettronico, i "post", ecc.

"Le formule scritte, essendo composte dei medesimi elementi che costituiscono la totalità degli esseri, hanno perciò la facoltà di agire su di loro; e questo è anche il motivo per cui la conoscenza del nome di un essere, espressione della sua propria natura, può dare un potere su di lui; è questa applicazione della "'scienza delle lettere" a essere abitualmente designata con il nome di "sîmîa" (lbn Khaldûn in R. Guénon, La scienza delle lettere, "Simboli della scienza sacra", Milano, 1984). "La parola "sîmîa" non sembra puramente araba; essa viene verosimilmente dal greco "sêmeia", "segni", il che ne fa quasi l'equivalente del nome della "gematria" cabalistica, anch'esso termine di origine greca, e derivato non da "geometria" come si dice il più delle volte, ma da "grammateia" (da "grammata", "lettere")" (Guénon, La scienza delle lettere, op. cit.).
Ora, se sono vere le sopracitate affermazioni di Khaldûn riportate dal Guénon a proposito della "possibilità di un'azione di ordine “magico” sugli esseri stessi e sugli avvenimenti che li concernono", a partire dalla "scienza delle lettere", che dire allora dell'azione di ordine "magico" esercitata oggi dalla maggior parte degli scribi dell'attuale Stato video? Questi scribi sono l'essenza dell'ignoranza ignorante, cioè dell'ignoranza che ambisce a restare ignorante. Ecco perché le leggi dello Stato sono costruite al limite del fraintendimeto da gente massimamente disonesta allo scopo di proiettare sui cittadini paura ed ignoranza. E ciò avviene soprattutto in Italia, dato che il cittadino italiano è l'unico uomo del pianeta che, per paura, paga per sapere quanto deve pagare! Anche se è risaputo che le parole hanno una loro logica grammaticale, e la grammatica è la prima forma di legge o di regolamento dialettico finalizzato al capirsi, oggi predomina lo slogan: "L'IGNORANZA È FORZA". Oggi tutti lo hanno capito, e non c'è neanche bisogno di un partito come l'INGSOC (o "Socing", "Socialismo inglese") per imporre contraddizioni. Oggi è lo stesso mentecattocomunista ad essere ocolingo senza bisogno di imposizioni. È naturalmente un animale ed iniseme un animalista; è il vero ignorante contento di essere ignorante nella democraticissima rete del web in cui tutti sono assolutamente uguali e col medesimo diritto di "postare" bestialità.
Scrive Orwell: "Fin dall'inizio del tempo che si possa ridurre alla memoria, e probabilmente fin dalla conclusione dell'Età Neolitica, ci sono state, nel mondo, tre specie di persone, le Alte, le Medie e le Basse. Esse sono state suddivise in vari modi, hanno avuto nomi diversi, in numero infinito, e la loro proporzione relativa, così come l'atteggiamento dell'una verso l'altra, sono stati diversi a seconda delle età: l'essenziale struttura della società non si è però alterata. Anche dopo enormi rivoluzioni e apparenti irrevocabili mutamenti, si è sempre ristabilito il solito schema, cosi come un giroscopio ritornerà sempre in equilibrio per quanto venga spinto lontano sia in una direzione, sia in quella opposta. Gli scopi di questi tre gruppi sono del tutto inconciliabili fra loro [...]" (Emmanuel Goldstein in G. Orwell, "1984", Milano, 1950). Trascriverò al più presto l'intero capitolo "L'IGNORANZA È FORZA".
O leccaculisti, non demordete! Continuate a leccaculare imperterriti. Io sono con voi, soprattutto con voi femmine dello "Stato seduttore". In questo blog troverete gli strumenti semptre più adatti per il vostro "Stato video" e "seduttore"... 

postato da Ocolingo alle ore 11:33 | link | commenti
categorie: seduzione
lunedì, 08 settembre 2008

ignoranza

TEORIA E PRATICA
DEL COLLETTIVISMO
OLIGARCHICO
CAPITOLO I
L'IGNORANZA È FORZA
(G. Orwell, "1984", Milano, 1950).

Fin dall'inizio del tempo che si possa ridurre alla memoria, e probabilmente fin dalla conclusione dell'Età Neolitica, ci sono state, nel mondo, tre specie di persone, le Alte, le Medie e le Basse. Esse sono state suddivise in vari modi, hanno avuto nomi diversi, in numero infinito, e la loro proporzione relativa, così come l'atteggiamento dell'una verso l'altra, sono stati diversi a seconda delle età: l'essenziale struttura della società non si è però alterata. Anche dopo enormi rivoluzioni e apparenti irrevocabili mutamenti, si è sempre ristabilito il solito schema, cosi come un giroscopio ritornerà sempre in equilibrio per quanto venga spinto lontano sia in una direzione, sia in quella opposta. Gli scopi di questi tre gruppi sono del tutto inconciliabili fra loro.
Gli scopi di questi tre gruppi sono del tutto inconciliabili fra loro. Lo scopo del gruppo che chiameremo delle persone Alte è quello di restare dov'esse sono. Lo scopo delle persone Medie è quello di sostituirsi alle Alte. Lo scopo delle persone Basse, quando esse hanno uno scopo (perché è una pecullare caratteristica delle Basse d'esser troppo schiacciate dal peso del lavoro, durissimo e servile, che prestano per essere, se non di tanto in tanto, coscienti di qualche cosa che non siano le preoccupazioni della vita quotidiana) è quello di abolire ogni distinzione e creare quindi una società in cui tutti gli uomini siano eguali.

Cosi la storia registra, attraverso tutte le età, una lotta, che è sempre la stessa nelle sue linee essenziali e che non fa che ripetersi, con incessante regolarità. Per lunghi periodi, gli Alti sembra che tengano sicuramente il Potere, ma prima o poi viene sempre un momento in cui perdono la fiducia in se stessi o la capacità di governare stabilmente, o le perdono entrambe. Essi vengono rovesciati, allora, dalle persone Medie, che reclutano al loro fianco le Basse, dando loro a intendere che combattono per la libertà e per la giustizia. Una volta raggiunto il loro obiettivo, le Medie respingono le Basse nella loro previa posizione servile, e divengono esse stesse le Alte. Subito senza dar tempo al tempo, un nuovo gruppo di persone Medie sbuca fuori da uno degli altri due gruppi, ovvero da tutti e due, e la lotta riprende immutata. Dei tre tipi, soltanto quello delle persone Basse non è mai, nemmeno per breve tempo, capace di riuscire nei suoi scopi. Sarebbe una esagerazione affermare che, attraverso la storia, non ci sia stato alcun progresso di tipo materiale. Pure oggi, in un periodo che pure è di decadenza, l'uomo medio è, materialmente, più progredito di quanto non lo fosse pochi secoli prima. Ma nessun accrescimento della ricchezza, nessun addolcimento di sistemi di governo, né alcuna riforma o rivoluzione, sono riusciti mai a portare avanti d'un millimetro il sogno dell'uguaglianza fra gli uonìini. Dal punto di vista delle persone che abbiamo convenuto di chiamare Basse, nessun mutamento storico ha mai significato qualcosa di più che un cambiamento dei nomi dei padroni.
Verso la fine del secolo decimonono, il ricorrere e il ripetersi di questo schema è apparso un fatto evidente a molti osservatori. Sorsero allora scuole di pensatori che interpretarono la storia come un processo ciclico e che pretesero di dimostrare che l'ineguaglianza era la legge inalterabile della vita umana. Tale dottrina, naturalmente, aveva sempre avuto prosefiti, ma un mutamento significativo era avvenuto almeno nel modo in cui veniva enunciata. Nel passato, la necessità d'una società organizzata in forma gerarchica era stato il fondamento della dottrina delle persone cosiddette Alte. Era stato predicato dai re e dagli aristocratici, così come dai preti, dagli avvocati e da altri consimili parassiti di quei primi, ed era stato addolcito, in genere, dalle promesse di un qualche compenso in una sorta di mondo immaginario che avrebbe dovuto esistere oltre la tomba. I Medi, almeno durante tutto il tempo che lottavano per il potere, avevano sempre fatto largo uso di termini come libertà, giustizia e fraternità. Venne il momento, però, in cui il concetto della fratellanza umana prese ad essere attaccato proprio da coloro che non erano ancora in posizione dominante di comando, ma che speravano di pervenire a raggiungerla, a breve scadenza. Nel passato, i Medi avevano fatto le rivoluzioni sotto la bandiera dell'eguaglianza e quindi avevano stabilito una tirannia di nuovo conio non appena si fossero sbarazzati dell'antica. I nuovi gruppi di Medi proclamavano, invece, la loro tirannia in anticipo. Il socialismo, una teoria che fece la sua prima comparsa all'inizio del secolo decimonono, e che fu l'ultimo anello d'un sistema di dottrine che si può grossolanamente far iniziare fin dalle prime ribellioni antischiaviste dell'antichità, era ancora profondamente inquinato dalla retorica utopistica del passato. Ma in ognuna delle varianti del socialismo che ebbero successo a partire, all'incirca, dal 1900, lo scopo dichiarato di stabilire l'eguaglianza e la libertà fu sempre più apertamente messo da parte. I nuovi movimenti ideologici, che fecero la loro comparsa verso la metà del secolo, il Socing [o INGSOC, "Socialismo inglese" - NdR] in Oceania, il Neo-Bolscevismo in Eurasia il Culto della Morte, secondo la corrente definizione, in Estasia, ebbero tutti lo scopo cosciente di perpetuare la "non"libertà e la "dis"eguaglianza. Tali movimenti, com'è naturale, sorsero dai vecchi, e conservarono la tendenza a mantenere i vecchi nomi e, insomma a osservare una sorta di ossequio verbale alle vecchie ideologie. Ma lo scopo di ognuno era d'arrestare e come congelare la storia in un determinato momento. Il pendolo doveva fare un'ultima oscillazione in una direzione, e quindi doveva fermarsi. Come era sempre avvenuto, gli Alti sarebbero stati rovesciati dai Medi, che sarebbero divenuti, a loro turno, gli Alti; ma questa volta, per mezzo d'una deliberata strategia, gli Alti sarebbero riusciti a mantenere la loro posizione in permanenza.
Le nuove dottrine sorsero, in parte, a causa dell'accrescersi e accumularsi delle conoscenze storiche, cosi come per l'affermarsi del senso storico, che esisteva appena, prima del secolo decimonono. il moto ciclico della storia era ora perfettamente intelligibile, o per lo meno appariva tale; e se era intelligibile, doveva essere anche, di conseguenza, alterabile. Ma la causa principale e motrice, seppure non dichiarata, era che, fin dall'inizio del ventesimo secolo, l'uguaglianza umana era divenuta tecnicamente possibile. Era ancora vero che gli uomim non erano eguali per quel che riguardava le capacità naturali e che le loro funzioni dovevano essere distribuite secondo le specializzazioni, in modo da favorire certi individui a spese di altri; ma non c'era più alcuna necessità per la differenza di classe, così come per le differenze di ricchezza su vasta scala. Nel passato, le differenze di classe non solo erano state inevitabili ma erano anche state desiderabili. L'ineguaglianza era il prezzo della civiltà. Con lo sviluppo della produzione meccanica, tuttavia, il problema divenne un altro. Sebbene fosse ancora necessario, per gli uomini, d'essere occupati in lavori di vario genere, non era più necessario, per essi, di vivere in diverse scale sociali ed economiche. Quindi, dal punto di vista dei nuovi gruppi che si apprestavano ad esercitare il potere, l'eguaglianza degli uomini non era più un ideale per il quale valeva la pena di combattere, ma un pericolo che bisognava scongiurare. In età più primitive, quando una società organizzata pacificamente non era in alcun modo possibile, era stato piuttosto facile fare di essa, almeno, un articolo di fede. L'ideale del paradiso terrestre, nel quale gli uomini sarebbero vissuti uniti in uno stato di fratellanza, senza leggi e senza la spiacevole necessità d'un assillante lavoro, aveva tenuta soggiogata l'immaginazione degli uomini per migliaia d'anni. E tale visione, naturalmente, aveva fatto presa anche su quei gruppi che avevano approfittato, in effetti, di ciascun mutamento della storia. Gli eredi delle rivoluzioni francese, inglese e americana, avevano creduto, in parte, alle loro medesime frasi attorno ai diritti degli uomini, come la libertà di parola, l'eguaglianza di fronte alla legge e simili, e avevano anche permesso alla loro condotta d'essere, in qualche modo ed entro certi limiti, influenzata da esse. Ma attorno alla quarta decade del secolo ventesimo, tutte le principali correnti di pensiero politico fecero capo a un principio dittatoriale. Il paradiso terrestre fu definitivamente screditato proprio nel momento in cui era divenuto attuabile. Ogni nuova teoria politica, anche se si faceva chiamare con i nomi più diversi, pure si rifaceva indietro, alla gerarchia e all'irreggimentazione del passato; e nel generale incupirsi ed ottenebrarsi delle menti attorno al 1930, alcune pratiche che erano state da lungo tempo abbandonate, e in taluni casi per centinaia di anni (come il carcere preventivo, l'uso dei prigionieri di guerra come schiavi, le esecuzioni pubbliche, le torture per sollecitare le confessioni, l'uso degli ostaggi e le deportazioni in massa d'intere popolazioni), non soltanto divennero nuovamente comuni, ma furono perfino difese e tollerate da coloro che si consideravano liberi e progressivi.
Fu solo dopo una decade di guerre nazionali e civili, rivoluzioni e contro-rivoluzioni in tutte le parti del mondo che il Socing e le teorie rivali apparvero come ideologie politiche perfettamente elaborate. Esse erano state tuttavia preannunciate dai vari sistemi, generalmente definiti come totalitari, che erano apparsi nei primi decenni del secolo, e le linee principali che avrebbe assunto il mondo, una volta emerso dal caos, erano state per lungo tempo chiare. E che genere di persone avrebbero avuto il controllo del mondo era stato egualmente chiaro. La nuova aristocrazia era composta, per la maggior parte, di burocrati, scienziati, tecnici, organizzatori sindacali, periti di pubblicità, sociologi, maestri, giornalisti e politicanti di professione. Questa gente, che aveva avuto origine nelle classi medie salariate e nei gradi superiori delle classi lavoratrici, era stata formata e messa insieme dal mondo improduttivo dell'industria di monopolio e di governi a tipo centrale. Paragonati con le categorie corrispondenti del passato, essi erano meno avidi e anche meno tentati dal lusso, ma più affamati di pura potenza, e soprattutto più coscienti dì quel che facevano e più preoccupati di sbaragliare l'opposizione.
Quest'ultima differenza era di capitale importanza. Paragonate con quella in atto ai nostri giorni, tutte le tirannie del passato si debbono considerare fiacche, mantenute su compromessi, e soprattutto inefficienti. I gruppi di governo erano sempre più o meno partecipi di ideologie liberali e tolleravano scappatoie d'ogni genere, giudicando solo degli atti materiali e palesi e disinteressandosi di quel che i sudditi effettivamente pensavano dentro le loro coscienze. Persino la Chiesa Cattolica del Medio Evo, considerata secondo lo standard odierno, era abbastanza tollerante. Tra le ragioni di questo comportamento c'era anche quella che i governi del passato non avevano il potere e i mezzi di tenere i cittadini sotto una sorveglianza costante e continua. L invenzione della stampa, tuttavia, rese più semplice il compito dì manipolare l'opinione pubblica, e il cinematografo e la radio perfezionarono non poco tale tecnica e ne accrebbero le possibilità. Con l'invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamento sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. Ogni cittadino, o meglio ogni cittadino che fosse abbastanza importante e che valesse la pena di sorvegliare, poteva essere tenuto comodamente sotto gli occhi della polizia e a portata della propaganda ufficiale, e avere nello stesso tempo tutte le altre possibili vie di comunicazione precluse. La possibilità d'ottenere non solo una totale ubbidienza alla volontà dello Stato, ma anche una completa uniformità di vedute su tutti gli argomenti, esistette, da allora, per la prima volta.
Dopo il periodo rivoluzioniario, dal '50 al '70 all'incirca, la società tornò a raggrupparsi, come sempre, in Alta, Media e Bassa. Il nuovo gruppo degli Alti però, contrariamente a tutti quelli che lo avevano preceduto nella funzione, non agiva puramente in modo istintivo, ma era perfettamente cosciente di quel che era necessario a salvaguardare la sua posizione. Si era già capito, e da tempo, che l'unica base sicura dell'oligarchia era il collettivismo. La ricchezza e i privilegi sono difesi assai più facilmente allorché sono posseduti tutt'e due ilisieme. La cosiddetta "abolizione della proprietà privata" di cui si parlò verso la metà del secolo ventesimo voleva dire, in realtà, la concentrazione della proprietà in un numero di mani assai inferiore che per il passato. Ma con questa differenza: che i nuovi proprietari erano un gruppo anziché una massa di individui. Uno per uno, nessun membro del Partito possiede alcunché di proprio, se si eccettuano i cosiddetti effetti personali. Collettivamonte, invece, il Partito possiede ogni cosa che si trova nell'Oceania, perché esso controlla ogni cosa e dispone della produzione come più crede opportuno. Negli anni che seguirono la Rivoluzione, il Partito riuscì ad assumere codesta posizione di comando quasi senza incontrare opposizione, poiché l'intero processo fu raffigurato come un atto di collettivizzazione. Si era sempre tenuto per fermo che, se la classe dei capitalisti fosse stata privata delle sue proprietà, ne sarebbe seguito il socialismo: e non c'era dubbio che i capitalisti fossero stati privati, appunto, delle loro proprietà. Fabbriche, miniere, terreni, case, trasporti... era stata tolta loro ogni cosa, e dal momento che tutto ciò non era più proprietà privata ne seguiva che dovesse essere proprietà pubblica. Il Socing che prese le mosse dai primi moti socialisti, e che di quelli ereditò la fraseologia, aveva in effetti attuato il primo punto del programma socialista: con il risultato, preveduto del resto nei particolari, che l'ineguaglianza economica era divenuta un fattore ormai permanente.
Ma il problema di perpetuare una società organizzata gerarchicamente era assai più complesso. Ci sono solo quattro modi per cui una classe dirigente può essere allontanata dal potere. O è vinta dal di fuori, o governa in modo talmente fiacco e inefficiente che le masse vengono naturalmente spinte a rivoltarsi, o permette a un gruppo di gente Media, forte o insoddisfatta, di farsi lo ossa, o, da ultimo, perde la fiducia in se stessa e, con questa, la volontà di governare. Queste cause non operano singolarmente ma si danno, di regola, tutt'e quattro insieme, sebbene in varia misura. Una classe dirigente, in tal modo, che riesca a guardarsi da tutt'e quattro può contare di tenere il potere in permanenza. In definitiva, il fattore determinante è costituito dall'atteggiamento mentale della stessa classe dirigente.
Nella seconda metà di questo secolo, il primo pericolo, in realtà, era scomparso. Ognuna delle tre potenze che ora dividono il mondo è, di fatto, invincibile, e potrebbe cessare di esserlo solo attraverso lenti mutamenti demografici che un governo con vaste garanzie di potere può evitare in modo assai semplice e sicuro. lì secondo pericolo, anch'esso, è soltanto teorico: le masse non si rivoltano mai di propria iniziativa, né si rivoltano soltanto perché sono tenute in oppressione. In realtà, se si impedisce loro di fare paragoni con altri strati della popolazione, non arrivano mai nemmeno ad accorgersi che sono oppresse. Le cicliche crisi economiche dei tempi passati erano del tutto inutili, e non si permette loro di accadere ora: e tuttavia altri ed egualmente vasti mutamenti possono darsi, e si danno, ma senza risultati politici, poiché non c'è alcun modo in cui il malcontento possa articolarsi. Per quanto riguarda il problema delle eccedonze di produzione, che è stato latente nella nostra società fin dall'epoca dell'invenzione della macchina, esso è risolto facilmente mediante l'ingegnoso procedimento della guerra continua (cfr. il capitolo III) [anche il "capitolo III" sarà al più presto pubblicato - Ndr] che si presta anche a essere sfruttata per tenere costantemente in stato d'eccitazione il morale delle masse.
Dal punto di vista dei governanti attuali, quindi, gli unici pericoli effettivi possono essere costituiti dal sorgere d'un nuovo gruppo di persone abili e assetate di potere da una parte, e dal possibile diffondersi di uno scetticismo di tinta liberale nelle loro medesime file. In altro parole si tratta di un problema essenzialmente educativo. Tale problema infatti consiste nel plasmare di continuo sia le coscienze degli appartenenti al gruppo dirigente, sia quelle di coloro che appartengono, invece, al gruppo che potremmo chiamare esecutivo o che si trova immediatamente aI di sotto di quel primo. La coscienza della massa occorre che sia influenzata solo in modo negativo.
Dato questo stato dI cose, si può facilmente intuire, seppure già non la si conosce, quale sia la struttura generale della società in Oceania. In cima alla piramide sta il Grande Fratello. Il Grande Fratello è infallibile e onnipotente. Ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni scoperta scientifica, ogni forma di conoscenza e di intuizione, così come ogni forma di benessere e di virtù, si ritiene che provengano direttamente dalla sua guida e dalla sua ispirazicine. Nessuno ha mai veduto il Grande Fratello. Egli è un volto sui manifesti, una voce dal teleschermo. Si può essere matematicamente sicuri ch'egli non morirà mai, ed esiste già un notevole margine di incertezza per stabilire la data della sua nascita. Il Grande Fratello è la forma con la quale il Partito ha deliberato di presentarsi al mondo. La sua funzione è quella di agire come un punto in cui si possa concentrare l'amore, la paura e il culto, gli stati emotivi, cioè, che possono più facilinente essere eccitati e sentiti verso un individuo che non verso una organizzazione. Immediatamente al disotto del Gran Fratello si trova il Partito Interno, l'ammontare dei cui componenti è bloccato ai sei milioni, e cioè a qualcosa come un po' meno del due per cento dell'intera popolazione di Oceania. Al disotto del Partito Interno si trova il Partito Esterno, il quale, se il Partito Interno si può rafligurare come il cervello dello Stato, si può a sua volta giustamente rassomigliare alle sue mani. Al disotto del Partito Esterno si trovano le masse mute alle quali ci si riferisce, di solito, con la parola "prolet", e che assommano all'incirca a un ottantacinque per cento della popolazione. Se ci riportiamo ai termini usati nella nostra precedente classificazione, i "prolet" rappresentano i Bassi: dal momento che le popolazioni in stato di schiavitù che si trovano nei territori equatoriali, e che passano costantemente da un vincitore all'altro, non si possono considerare una parte permanente e necessaria della struttura.
L'appartenenza o meno a uno di codesti tre gruppi non è, per principio, ereditaria. Il bambino nato da genitori appartenenti al Partito Interno non è nato, in teoria, nel Partito Interno. L'ammissione a una delle due categorie del Partiro avviene in seguito ad un esame cui ci si presenta all'età di sedici anni. Non esiste nessuna discriminazione razziale, o alcun dominio riconosciuto dell'una sull'altra provincia. Ebrei, negri, sudafricani o indiani purosangue si possono trovare anche nei gradi più alti del Partito, e coloro cui è devoluta l'amministrazione di una determinata area sono sempre scelti fra gli abitanti di questa. In nessuna parte dell'Oceania gli abitanti hanno la sensazione d'essere una popolazione coloniale governata da una capitale distante. L'Oceania non ha capitale, e il suo capo titolare è persona della quale non si sa assolutamente dove risieda. Con l'eccezione che l'inglese è considerata la sua lingua franca, e la neolingua la sua lingua ufficiale, l'Oceania non è centralizzata in nessun altro modo. I suoi governanti non sono tenuti assieme da vincoli di sangue ma dall'osservanza di una comune dottrina. È vero che la nostra società sembra stratificata, su quel che a prima vista appare come uno schema ereditario: ci sono infatti assai meno movimenti in una direzione o nella direzione opposta, fra i diversi gruppi, di quanto non ne avvenissero sotto il capitalismo, o nell'era preindustriale. Fra le due sezioni del Partito c'è un certo margine di scambio, ma non più di quel tanto che basti per far escludere dal Partito Intemo i deboli e gli inefficienti e per indebolire a loro volta quei membri del Partito Estemo che tradiscono il prurito dell'ambizione, assorbendoli, appunto, nei ranghi del Partito Intemo. Ai "prolet", di regola, non si permette mai di entrare nel Partito. I più dotati fra essi, che potrebbero divenire, in seguito, focolai di malcontento, vengono semplicemente individuati dalla Psicopolizia ed eliminati. Il Partito non è una classe nell'antico senso della parola. Scopo del Partito non è di trasmettere il potere ai suoi figli soltanto perché sono i suoi figli: e, se non ci fosse altro modo di mettere le persone più efficienti al potere, esso sarebbe del tutto preparato a reclutare anche intere nuove generazioni dalle file dei "prolet".
Negli anni cruciali, il fatto che il Partito non era un corpo ereditario costituì un fattore importante per neutralizzare l'opposizione. Il vecchio tipo di socialista cui era stato insegnato a combattere contro qualcosa che veniva chiamato "privilegio di classe" tenne per certo che tutto ciò che non è ereditario non è, del pari, permanente, così come non si accorse che la continuità di una oligarchia non ha bisogno di essere una continuità fisica, né si soffermò a riflettere che tutte le aristocrazie ereditarie hanno sempre avuto vita breve, nel mentre che le organizzazioni di tipo adottivo, come ad esempio la Chiesa Cattolica, son durate per centinaia ed anzi, per migliaia di anni. L'essenza che regola l'oligarchia non è l'eredità trasmessa di padre in figlio, bensi la sopravvivenza di una determinata concezione del mondo e di determinate abitudini di vita imposte dai morti ai vivi. Una classe dirigente continua ad essere tale soltanto fino a quando è in grado di nominare i propri successori. Il Partito non si preoccupa di perpetuare una linea di discendenza sanguigna, ma di perpetuare se stesso. "Chi" controlli il potere non ha nessuna importanza, ove la struttura gerarchica rimanga inalterata.
Tutte le fedi, i costumi, i gusti, le emozioni, gli atteggiamenti mentali che caratterizzano il nostro tempo, hanno lo scopo effettivo di sostenere la mistica del Partito e di impedire che la vera natura
della società contemporanea appaia nella sua realtà. Una rivolta materiale, così come ogni mossa preliminare che conduca a tale rivolta, è, al presente, praticamente impossibile. Dai "prolet" non c'è nulla da temere. Lasciati a se stessi, essi continueranno, di generazione in generazione, e di secolo in secolo, a lavorare, a generare e a morire non solo senza provare mai alcun impulso alla rivolta, ma soprattutto senza la possibilità di intendere che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. Essi potrebbero divenire pericolosi solo se il progresso della tecnica industriale rendesse necessario di migliorare e di portare a un livello superiore lo standard della loro educazione. Ma dal momento che le rivalità commerciali e militari non hanno più ora l'importanza che avevano una volta, il livello dell'educazione del popolo va man mano declinando. Conoscere quali siano le opinioni condivise dalle masse e quali siano, per contro, le opinioni che le masse non condividono, costituisce un problema del tutto trascurabile. Alle masse, infatti, è garantita una sorta di libertà intellettuale dal momento che esse sono sprovviste, appunto, d'intelletto. D'altro canto, per quel che riguarda invece un membro del Partito, nemmeno la più piccola deviazione dall'opinione ufficiale, anche sul più insignificante degli argomenti, sa essere tollerata.
Un membro del Partito vive, da quando nasce fino a quando muore, sotto l'occhio vigile della Psicopolizia. Anche quando è solo, non può mai sapere se sia effettivamente solo. In qualsiasi luogo si trovi, sveglio o addormentato, sia che lavori, sia che si riposi, nel bagno o a letto, può essere oggetto d'ispezione senza alcun preavviso, e anzi senza nemmeno ch'egli sappia d'esserlo. Nessuna sua azione può essere trascurabile. Le sue amicizie, le sue relazioni, il suo comportamento verso la moglie e i figli, l'espressione della sua faccia quando è solo, le parole che mormora nel sonno, e persino i movimenti caratteristici propri al suo corpo vengono tutti rigorosamente sottoposti a osservazione. Cosi che non soltanto una vera e propria deviazione del suo comportamento esterno, ma anche qualsiasi eccentricità, anche la meno appariscente, o qualsiasi mutamento nelle sue abitudini, qualsiasi traccia di nervosismo che possa apparire come sintomo di lotta interiore, verranno certamente scoperti. Egli non ha alcuna libertà di scelta, in nessuna direzione. D'altra parte le sue azioni non vengono regolate dalla legge né da alcun codice chiaramente formulato. In Oceania non esiste legge. Pensieri ed azioni che, una volta scoperti, significherebbero una inappellabile sentenza di morte non sono formalmente proibiti, e i repulisti in grande stile, gli arresti, le torture, la prigione e la stessa vaporizzazione, infine, non vengono inflitti come punizione
per delitti che sono stati realmente commessi, ma costituiscono soltanto l'eliminazione di persone che possono nel futuro avere appunto la possibilità di commetterli. Si richiede, infatti, che un membro del Partito non abbia soltanto opinioni "consentite", ma soprattutto che siano "consentiti" i suoi istinti. La maggior parte delle opinioni e degli atteggiamenti che si richiedono da lui non è mai stata chiaramente enunciata e di fatto non potrebbe essere enunciata senza mettere a nudo, di conseguenza, tutte le contraddizioni proprie al Socing. Se si tratta di persona naturalmente ortodossa ("pensabenista", in neolingua), egli saprà in tutte le circostanze, senza nemmeno starci a pensar su, quaI'è l'opinione consentita, quaI'è il genere d'emozione che si richiede da lui in un determinato momento. Ma, in ogni modo, un elaborato allenamento mentale, intrapreso fin dalla puerizia, ed accentrato attorno a parole in neolingua come "stop-reato", "nerobianco", "bispensiero" [o "bipensiero" in altre versioni - NdR], ecc., gli rende l'operazione di formulare un pensiero qualsiasi già di per se stesso sgradita, senza contare che nella maggior parte dei casi ciò ne impedirebbe addirittura la capacità.
Un membro del Partito si suppone che non possieda alcun margine per emozioni di natura privata, cosi come per alcuna vacanza dall'entusiasmo. Ci si aspetta da lui che egli viva in una continua frenesia d'odio per i nemici di fuori e i traditori di dentro, che trionfi per le vittorie e che riconosca la propria umiltà di fronte alla potenza illuminata del Partito. Il malcontento che può sorgere dalla sua stessa nuda e disgraziata vita quotidiana viene ingegnosamente sfogato e deviato mediante ritrovati come i Due Minuti d'Odio, e quelle speculazioni che potrebbero suggerire atteggiamenti di scetticismo e perfino di ribellione sono uccise, ancor prima di nascere, da quella disciplina intema di cui si è parlato, acquisita nell'infanzia. Il primo e il più elementare stadio di tale disciplina, e che si può insegnare anche ai fanciulli in età più tenera, si chiama, in neolingua, lo "stop-reato". Lo "stop-reato" sta a rappresentare, in sostanza, la facoltà di arrestarsi in modo rapido e deciso, e come per istinto, sulla soglia di qualsiasi pensiero pericoloso. Esso include la capacità di non cogliere le analogie, di non riuscire a percepire errori di logica, di equivocare anche sugli argomenti più semplici, ove essi siano incompatibili con il Socing, e soprattutto d'esser presto affaticati e respinti da qualsiasi tentativo di elaborare una dialettica di pensiero che sia suscettibile di condurre in una direzione eretica. "Stop-reato" significa, in sostanza, stupidità protettiva. Ma la stupidità non basta. Al contrario, la piena ortodossia richiede un controllo sopra la propria capacità induttiva pari a quello che si suppone debba avere un contorsionista sul suo corpo. La società dell'Oceania poggia, in definitiva, sulla fede che il Grande Fratello è onnipotente e che il Partito è infallibile. Ma poiché in realtà il Grande Fratello non è onnipotente, e il Partito non è infallibile, si rende necessaria una instancabile capacità d'adattamento nell'interpretazione dei fatti che vanno aggiornati di continuo. La parola chiave, per questa facoltà, è "nerobianco". Come molte altre in neolingua, anche questa ha due significati contrari. Riferita a un oppositore, definisce, appunto, l'abitudine di pretendere impunemente che il nero sia bianco o viceversa, in aperta contraddizione con i fatti. Riferita invece ad un membro del Partito, sta a esprimere la volenterosa lealtà di dire che il bianco è in realtà nero tutte le volte che lo richieda la disciplina di Partito. Ma esprime anche la particolare abilità che consiste nel credere che il nero sia bianco, o meglio addirittura di sapere che il nero è bianco, e di dimentIcare d'aver mai creduto il contrario. Ciò richiede una continua trasformazione e alterazione del passato, resa possibile mediante il sistema filosofico che in realtà comprende tutti gli altri, e che è conosciuto in neolingua come bispensiero.
L'alterazione del passato si rende necessaria per due ragioni, una delle quali è sussidiaria e, per così dire, precauzionale. La ragione sussidiaria è che un membro del Partito, cosi come un "prolet", sopporta le condizIoni presenti, in gran parte, solo perché non possiede alcun mezzo per confrontarle con quelle di un'altra epoca. Esso deve restar tagliato fuori dal passato, così come deve restar tagliato fliori dai paesi nemici, perché è necessario che egli creda d'essere migliore dei suoi antenati e che il livello medio delle condizioni materiali vada aumentando sempre più. Ma la ragione di gran lunga più importante per il continuo aggiomamento del passato è costituita dal bisogno di salvaguardare l'infallibilità del Partito. Non si tratta solo di aggiornare discorsi, statistiche e documenti d'ogni genere con diligente costanza, in modo da poter dimostrare, ad ogni momento, che le previsioni e le predicazioni del Partito erano esatte e illuminate: si tratta soprattutto di stabilire che nessun mutamento dottrinario o dello schieramento politico può mai essere ammesso. Poiché mutar parere, cosi come mutar la linea politica, costituisce una confessione di debolezza. Se, per esempio, l'Eurasia, o l'Estasia (non importa quale delle due), è il nemico d'oggi, allora bisogna decidere che essa è stata il nemico di sempre. E se i fatti invece dicono il contrario, allora bisogna alterare i fatti. Così la storia si riscrive di continuo. Questa quotidiana falsificazione del passato, intrapresa e condotta dal MInIstero della Verità, è necessaria alla stabilità del regime né più né meno di quanto lo è l'opera di repressione e di spionaggio condotta dal Ministero dell'Amore.
La mutabilità del passato è il dogma centrale del Socing. Si ritiene infatti che gli avvenimenti del passato non abbiano alcuna realtà oggettiva ma che sopravvivano solamente in documenti scritti o nella memoria degli uomini. Il passato è tutto ciò sul quale da un lato i documenti e dall'altro la memoria sono d'accordo. E dal momento che il Partito ha il controllo totale di tutti i documenti cosi come quello, del pari totale, delle menti dei suoi membri, ne consegue che il passato è quello che il Partito decide che sia. Ne consegue inoltre che, sebbene il passato sia mutevole, esso non e mai stato mutato in un caso specifico. Poiché, non appena è stato ricreato in quella forma che si è resa necessaria in un determinato momento, da allora questa nuova versione è il passato, e non può essere mai esistIto alcun passato in contrasto con essa. Ciò vale anche quando, come succede spesso, lo stesso avvenimento viene trasformato più e più volte, fino a diventare del tutto irriconoscibile, pur nel corso di un solo anno. In ogni momento il Partito è in possesso della verità assoluta, ed è chiaro che l'assoluto non può mai essere stato diverso da ciò che è al momento presente. Si vedrà che il controllo del passato dipende soprattutto da una sorta di educazione della memoria. Verificare che tutti i documenti scritti concordino con l'ortodossia del momento non costituisce che un atto automatico dell'intelligenza. Ma è anche necessario, allo stesso tempo, "ricordare" che i fatti avvennero in quella data maniera. E se è necessario rimettere a posto la propria memoria, e raggiustarla con documenti scritti, è necessario che poi ci si "dimentichi" di averlo fatto. Il procedimento per arrivare a ciò può essere appreso allo stesso modo con cui si apprende qualsiasi altro tipo di tecnica mentale. Esso è appreso dalla maggioranza dei membri del Partito, e certamente da tutti coloro che sono, insieme, intelligenti e ortodossi. In archelingua tale procedimento si chiamava, con frase onesta, "controllo della realtà".
In neolingua si chiama "bispensiero"; sebbene il concetto di "bispensiero" comprenda un'infinità di altre cose.
"Bispensiero" sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe. L'intellettuale di Partito sa in quale direzione i suoi ricordi debbono essere alterati: sa quindi perfettamente che sottopone la realtà a un processo di aggiustamento; ma mediante l'esercizio del "bispensiero" riesce nel contempo a persuadere se stesso che la realtà non è violata. Il procedimento ha da essere "conscio", altrimenti non riuscirebbe a essere condotto a termine con sufficiente "precisione", ma deve anche essere "inconscio" poiché altrimenti non saprebbe andar dIsgiunto da un senso "vago" di menzogna e quindi di "colpa". Il "bispensiero" giace proprio nel cuore del sistema cosiddetto Socing, dal momento che l'atto essenziale del Partito consiste nell'usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che si allinei con una totale onestà. Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, quando ridiventa necessario, trarlo dall'oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l'esistenza della realtà oggettiva e nello stesso tempo trarre vantaggio dalla realtà che viene negata... Tutto ciò è indispensabile, in modo assoluto. Persino nell'usare la parola stessa "bispensiero" occorre mettere in opera il "bispensiero" stesso, purché usando la parola si ammette implicitamente che si sta adattando una realtà; con un primo, ingenuo atto di "bispensiero" tale ammissione viene soppressa, e cosi all'infinito, con una menzogna che si preoccupa sempre d'arrivar prima della verità. Insomma, è proprio mediante il bispensiero che il Partito è stato capace (e può continuare ad esserlo, per quanto ne sappiamo, per migliaia d'anni) di arrestare il corso della storia.
Tutte le passate oligarchie hanno dovuto rinunziare al potere o perché si sono irrigidite, o perché si sono addolcite. Sia che divenissero, insomma, troppo sciocche o troppo arroganti, non furono capaci di adattare se stesse alle circostanze, e vennero rovesciate: se invece divennero liberali e per debolezza fecero delle concessioni quando avrebbero, invece, dovuto usare la forza, furono rovesciate anche allora. Vale a dire che esse caddero sia per la consapevolezza della propria natura sia per la non consapevolezza di essa. È appunto opera del Partito l'aver prodotto un sistema filosofico nel quale entrambe le condizioni possono esistere simultaneamente. Ed infatti non si può pensare ad altro fondamento sul quale il dominio del Partito avrebbe potuto raggiungere appunto quel suo carattere di permanenza. Se si vuoI comandare e persistere nell'azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà. Poiché il segreto del comando consiste, per l'appunto, nel combinare, fra loro, da un lato la fede nella propria infallibilità e dall'altro la capacità di apprendere da passati errori.
Va da sé che i più raffinati adepti del sistema che si rifà al "bispensiero" sono poi proprio coloro che hanno inventato il "bispensiero" o che lo conoscono come un potente sistema per ingannare la mente. Nella nostra società, coloro che sanno meglio quel che sta succedendo sono quegli stessi che meno riescono a vedere il mondo così com'è. In generale, più è profonda la comprensione di un dato soggetto, e più profonda è anche la delusione che ne segue: più si è intelligenti, meno si è sani di mente. Un chiaro esempio di ciò si trova nel fatto che l'isterismo guerriero cresce d'intensità man mano che uno sale nella scala sociale. L'atteggiamento verso la guerra si avvicina di più a essere razionale proprio presso le popolazioni soggette dei territori disputati. Per costoro la guerra è soltanto una continua calamità che passa e ripassa sui loro corpi, incessantemente, come un'onda di terremoto. Quale sia la parte vincente costituisce, per essi, un argomento di totale indifferenza: infatti sanno benissimo che il mutamento di governo significherà soltanto che èssi dovranno compiere l'identico lavoro che compivano prima, per i nuovi padroni, i quali li tratteranno nell'identico modo con cui li trattavano gli antichi. Quei lavoratori, in certo modo più favoriti, che noi chiamiamo "prolet" sono solo di tanto in tanto coscienti del fenomeno guerra. Allorché si rende necessario è anche possibile precipitarli in una sorta di frenesia d'odio o di terrore, ma, dove siano invece lasciati a se stessi, sono capaci anche di dimenticare, per lunghi periodi, che una guerra è in corso. È nelle file del Partito e soprattutto del Partito Interno, che si può trovare un autentico entusiasmo guerriero. La conquista del mondo è tenuta per un atto di fede incrollabile proprio da coloro che sono perfettamente a parte del fatto che essa è, per contro, del tutto impossibile. Questa particolare tendenza ad accoppiare fra loro gli opposti (la conoscenza con l'ignoranza, il cinismo con il fanatismo) è una delle caratteristiche più spiccate della società dell'Oceania. L'ideologia ufficiale abbonda di contraddizioni anche quando non c'è propriamente alcuna ragione pratica perché esse vengano mantenute. Cosi, ad esempio, il Partito rigetta e mortifica ogni principio difeso originariamente dal vecchio Partito Socialista e pretende di farlo appunto in nome del Socialismo. Predica un disprezzo per le classi lavoratrici che non trova un solo esempio nei secoli passati, e nello stesso tempo fa vestire i suoi membri d'una uniforme che fu propria, appunto, ai lavoratori manuali; e che fu adottata, soprattutto, per venire incontro ai loro bisogni. Mina e corrompe sistematicamente il sentimento di solidarietà della famiglia e chiama nello stesso tempo il suo capo con un nome che è, invece, un diretto appello al sentimento di lealtà familiare. Persino i nomi dei quattro Ministeri dai quali siamo governati mostrano una sorta di deliberata impudenza nel rovesciare la verità dei fatti che presiedono. Il Ministero della Pace si occupa della guerra, il Ministero della Verità, della menzogna, il Ministero dell'Amore, delle torture, e il Ministero dell'Abbondanza, infine, della carestia. Queste contraddizioni non sono accidentali né sono il risultato di una volgare ipocrisia: esse sono, invece, deliberati esercizi di "bispensiero". Poiché solo conciliando tra loro le contraddizioni il potere si può tenere in pugno indefinitamente. Non c'è altro modo per cui il vecchio ciclo possa venire interrotto. Se l'eguaglianza umana ha da andar distrutta per sempre (se gli Alti, come li abbiamo chiamati, debbono mantenere per sempre il loro posto) ne consegue che le condizioni mentali su cui deve poggiar la regola hanno da esser qualcosa che chiameremo controllata pazzia. Ma c'è una domanda che, fino a questo momento, noi abbiamo quasi del tutto ignorata. Essa è: perché l'uguaglianza umana deve andar per sempre distrutta? Presupponendo che la tecnica del procedimento sia stata descritta in modo chiaro e adeguato, qual è il motivo di questo sforzo immenso, e magistralmente organizzato, per arrestare la storia in un determinato momento?
Eccoci qui giunti al segreto centrale. Come abbiamo visto, la mistica del Partito, e soprattutto del Partito Interno, è fondata sul "bispensiero". Ma ancora più profondo di questo è il motivo originale che per primo condusse alla conquista del potere e portò con sé il "bispensiero", la Psicopolizia, la guerra continua e tutto il resto del necessario gigantesco meccanismo [...].resto del necessario gigantesco meccanismo.

postato da Ocolingo alle ore 08:00 | link | commenti
categorie: ignoranza
martedì, 09 settembre 2008

aforismi

Aforismi
Fonte: INTORNO AL DRAGO, Ed. Taoagi Miluce

L'aforisma non coincide mai con la verità: o è una mezza verità, o è un verità e mezzo (Karl Kraus).

Una persona onesta non sarà mai prete o poliziotto (Michail Bakunin).

Abbiamo abbastanzae religione per farci odiare il prossimo, ma non abbastanza per farcelo amare (Jonathan Swift).

Così come i medici per curare l'umanità hanno bisogno di ammalati, io per scrivere contro la stupidità ho bisogno di stupidi (Carl William Brown).

La democrazia è una forma di religione. È l'adorazione degli sciacalli da parte dei somari (Henry Lous Mencken).

La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti (Einstein).

Per essere malvagi non serve infrangere le leggi, basta osservarle alla lettera (Carl William Brown).

Sradicare la povertà è un sistema molto più efficace della guerra per
combattere il terrorismo (Muhammad Yunus).

Quando si dichiara una guerra la prima vittima è la verità (Arthur Ponsonby) [e quella alla droga non fa eccezione - Ndr].

Le masse credono di essere al centro del sistema ma sono greggi di pecore gestite attraverso i mass media ed il parere del singolo, che in realtà vale solo se coincide col parere dei potenti (Domenico De Masi).

Continua... se ne avrò voglia... [Ocolingo]

postato da Ocolingo alle ore 11:37 | link | commenti
categorie: mezze verità
martedì, 09 settembre 2008

kakotopia

Dall'utopia alla Kakotopia nella neolingua di Orwell 
Analisi di Vittorio Barabino

"Quando io mi servo di una parola - rispose con tono sprezzante Humpty Dumpty - quella parola significa quello che piace a me, né più, né meno. Il problema è - insisté Alice - se lei può dare alle parole significati così differenti. Il problema è - tagliò corto Humpty Dumpty - chi è il padrone?"(1)

Introdurre il tema della letteratura utopica per mezzo di un riferimento al mondo della letterature fiabesca suscita meno perplessità se, dopo un'attenta analisi, la letteratura sull'utopia si consideri un genere a sé, affine a quello della fiaba, una sorta di "fiabesco politico".
Partendo dal noto studio di V.Propp (2) sulla struttura della fiaba e applicandolo all'analisi delle più importanti opere utopiche si riscontra infatti una sorprendente somiglianza tra i due generi letterari. L'utopista, come lo scrittore di fiabe, snatura l'uomo reale e ne cristallizza la personalità in pochi tratti essenziali ed evidenti. La persona diventa personaggio e nessuna sfumatura è ammessa nella descrizione della sua identità: i personaggi sono infatti schierati dalla parte del Bene, del Giusto, oppure dalla parte del Male, dell'Eresia.
Il punto di inizio della narrazione presenta sempre una situazione favorevole per il personaggio protagonista, situazione che viene alterata dall'antagonista. Il finale prevede, dopo una dura lotta, il ritorno della situazione originaria o ad una nuova situazione che sia comunque positiva per il protagonista.
Questo equilibrio della struttura narrativa è arbitrariamente creato dallo scrittore, cioè dal creatore dell'utopia, tuttavia esso perde l'originaria artificiosità quando il lettore si immedesima nella storia. Accettate le premesse della narrazione, lo svolgimento e la conclusione appaiono naturali: allo stesso modo di chi "vive" nella fiaba, chi vive in Utopia non sentirà più l'imposizione delle regole, perché chi crea Utopia farà in modo che esse siano ciecamente accettate, e la trasformazione della lingua costituisce il mezzo principale per il conseguimento del consenso.
La fondamentale differenza tra la fiaba e l'utopia, nonostante le profonde affinità di struttura, consiste nel fatto che mentre la fiaba resta immutata nella sua essenza dall'inizio alla fine, l'utopia subisce una trasformazione radicale. Dall'utopia si passa alla Kakotopia. (3)
Alla fine del XIX secolo il progresso non è più considerato una necessità storica; sorge al contrario la sensazione che la civiltà occidentale sia condannata alla decadenza. I primi segni del cambiamento del clima psicologico sono presenti nelle opere di S.Butler e G.Wells, dove permane tuttavia la speranza di poter combattere per riscattare la società.
Agli inizi del XX secolo anche questa tenue speranza svanisce e gli orrori della guerra fanno presagire il crollo definitivo .
Il progresso tecnologico ed il Socialismo marxista in Russia, in cui l'intellighentia europea aveva riposto le più grandi speranze, diventano fonti di una nuova inquietudine. La tecnologia infatti ha migliorato le condizioni di vita, ma il suo sviluppo veloce ed inarrestabile fa temere che essa prenda il sopravvento sulle stesse menti che l'hanno generata. Nasce il terrore che la scienza possa giungere a manipolare le coscienze e togliere all'uomo il dominio su se stesso.
Dopo le esperienze del socialismo reale e dell'esplosione tecnologica, l'utopia ha dunque cambiato di segno e si è assistito a quello che è stato definito "il paradosso dell'utopia": l'aspirazione ad una società perfetta diventa inquietante vocazione totalitaria (4).
La società perfetta, Utopia, è isolata e ripiegata in se stessa, per evitare di "corrompersi" al contatto col mondo esterno: È, come la definisce K.Popper, una società chiusa (5).
Considerata dal punto di vista economico, si tratta di una società collettivista in cui non esistono né proprietà privata, né commercio, né moneta, ma dove l'economia è pianificata dalla classe dirigente, la classe cioè che ha progettato e costruito la città di Utopia.
La famiglia, luogo della privacy, è raramente tollerata e generalmente i figli sono allevati da istituzioni pubbliche, completamente sottratti alla tutela dei genitori.
L'interesse individuale è un elemento "entropico", portatore cioè di disordine e deve lasciare spazio all'interesse comune.
L'equilibrio della società perfetta risulta dalla combinazione di queste regole sociali; i mezzi utilizzati (tecnologia e terrore) trasformano un fine di per sé positivo, come l'armonia, in incubo, l'incubo del totalitarismo.
L'"ingegnere utopico" conosce profondamente le variabili fondamentali ed i meccanismi che regolano la società liberale, la società aperta, e su di essi interviene, come un apprendista stregone, per trasformarli radicalmente e far nascere dalla loro reazione la società chiusa, la società totalitaria che soffocherà nella sua ideologia il suo stesso creatore .
Una delle variabili fondamentali di regolazione dei meccanismi sociali è il linguaggio e l'ingegnere utopico se ne serve per gettare le fondamenta della sua costruzione.
Il brano sopra riportato, tratto dalla celebre opera di Lewis Carroll, Trough the looking glass, è un semplice, ma efficace esempio di come l'uso del linguaggio riveli la natura più o meno democratica di una società. Alice rappresenta chi vive il passaggio dalla società aperta alla società chiusa. Nella società che la protagonista si lascia alle spalle vige una "legge linguistica" uguale per tutti e la comunicazione è resa libera da un codice linguistico condiviso e non arbitrariamente trasformato da chi detiene il potere.
Quando incontra Humpty Dumpty, Alice è già nella società chiusa, in Utopia, dove l'armonia e l'immutabilità sono i fini ultimi, perseguiti innanzitutto attraverso l'elaborazione e l'imposizione, da parte di "chi comanda", di arbitrarie regole linguistiche. Nessun discorso può dunque assumere un significato diverso da quello deciso dai comandanti e nessuna interpretazione che si discosti da quella ufficiale è ammessa.

1984, Londra. Il mondo è diviso in tre immensi stati, due dei quali in guerra tra loro. Oceania è la società utopica, governata secondo i principi del Socing (Ingsoc), vale a dire l'ideologia del Socialismo inglese che si fonda sull'incontestabile autorità del capo carismatico, il Grande Fratello, onnisciente ed onnipresente. I suoi occhi sono telecamere che spiano nelle abitazioni, il suo braccio la "psicopolizia" (thinkpol) che interviene al minimo sospetto di "psicoreato" (crimethink), la sua coscienza si insinua in quella della gente comune e suscita il senso di colpa al solo pensiero di un'eresia. Tutto è permesso: pensare, se si aderisce anche col pensiero ai principi del Socing: amare, se lo si fa per la continuazione della società perfetta; divertirsi, se si seguono i programmi TV di propaganda del Partito.
Si assiste all'avverarsi del paradosso dell'utopia: libertà è libertà di fare tutto ciò che il Partito desidera che si faccia, dall'utopia si scivola così inevitabilmente nella "kakotopia".
Winston, "l'ultimo uomo in Europa" (è il titolo che l'autore avrebbe preferito) e la sua compagna lottano per preservare la loro dignità di esseri umani; immersi ormai nella ideologia del Grande Fratello cercano di combatterlo dall'interno del Partito stesso, ma ogni ribellione contro chi ha il potere di controllare le coscienze è condannato allo scacco.
"1984", la grande opera di G.Orwell sull'utopia negativa (6), descrive in un'appassionante trama romanzesca il fatale "scivolamento" dall'utopia alla kakotopia. L'appendice al romanzo è dedicata alla descrizione dell'arma più potente di cui dispone il Grande Fratello per agire sulle coscienze ed imporre così i dogmi del Socing.
La Neolingua (Newspeak) è un sistema linguistico arbitrariamente elaborato dai tecnici del Partito, in cui ogni termine assume solo ed esclusivamente il significato che più è in armonia con i principi dell'ideologia del Socing. Non esiste alla base della comunicazione un criterio interpretativo condiviso da tutti i parlanti.
Il linguaggio non permette all'uomo soltanto di comunicare con gli altri e con se stesso, ma, come affermano i teorici della relatività linguistica (E.Sapir e B.Whorf sono i più rappresentativi ), perfino di "forgiare l'intera visione del mondo"(7).
"Il sistema linguistico di sfondo (la grammatica) di ciascuna lingua - scrive B.Whorf - non è soltanto uno strumento di riproduzione di idee, ma esso stesso dà forma alle idee, è la guida all'attività mentale dell'individuo(8).
Il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalla mente, il che vuol dire che deve essere organizzato in larga misura dal sistema linguistico della nostra mente.
Le trasformazioni linguistiche operate dall'utopista rivelano dunque come egli desidera ed impone che si guardi e si interpreti la realtà.
Quest'ultima considerazione chiama in causa una celebre espressione di L. Wittgenstein: "I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo."(9)
La principale funzione della neolingua è quella di "semplificare al massimo le possibilità di pensiero", in modo da non permettere altri principi e valori che non fossero quelli imposti dalla classe dominante, il Partito.
"Giunti che saremo alla fine, renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo " (10)
Così i linguisti scelti dal partito per l'elaborazione della Neolingua presentano l'obiettivo del loro lavoro. E continuano:
"La Rivoluzione sarà completata solo quando la lingua avrà raggiunto la perfezione." (11)
Attraverso la manipolazione del linguaggio si elimina dunque anche la sola possibilità di formulare un pensiero contrario all'ideologia imposta, poiché si elimina alla base la possibilità perfino di pensarlo.
Scrive infatti E.Sapir: "Alla domanda se si possa pensare facendo a meno del linguaggio la maggior parte delle persone risponderebbe sì (...); l'impressione che molti hanno di poter pensare o addirittura ragionare senza la lingua è un'illusione (...). In effetti, appena noi tentiamo di stabilire una consapevole relazione tra un'immagine e l'altra, ci accorgiamo che stiamo scivolando in un flusso di parole silenziose".(12)
L'etnolinguistica ha mostrato l'infondatezza della diffusa credenza secondo la quale la lingua non sarebbe che un ornamento del pensiero, essendo quest'ultimo talmente indipendente dalla lingua da non subire nessuna trasformazione al variare di essa.
Gli etnolinguisti dimostrano invece nei loro studi che il linguaggio non esprime ciò che è già formulato in maniera non linguistica, poiché le leggi della logica sono strettamente connesse con quelle della lingua.
Il linguaggio, infatti, nel momento stesso in cui permette di comunicare un messaggio, ne crea il contenuto, o, per riprendere l'efficace espressione di Chase, forgia "l'intera visione del mondo".
Alla luce di queste ultime considerazioni risulta ora inequivocabile il messaggio che G.Orwell trasmette nel passo iniziale dell'appendice a "1984": "Fine della Neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero".(13)
La Neolingua è profondamente legata all'ideologia che deve esprimere. Il Socing si fonda sull'autorità indiscutibile del Grande Fratello; qualsiasi pensiero in contrasto con il Socing è eresia e come tale non solo allontanato, ma eliminato nel momento stesso in cui sorge, attraverso un vero e proprio terrorismo linguistico.
L'archeolingua (Oldspeak) è la lingua comune in uso prima del Socing ed il suo destino è quello di essere quasi completamente sostituita dalla Neolingua. È infatti tollerata la sopravvivenza delle sole parole che abbiano quel significato che i membri del partito tollerano, mentre tutti gli altri significati sono esclusi, annullati: "Daremo un unico esempio. La parola LIBERO esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come QUESTO CAMPO È LIBERO DA ERBACCE, ovvero QUESTO CANE È LIBERO DA PULCI. Ma non poteva essere usata nell'antico significato di politicamente libero o intellettualmente libero, dal momento che la libertà intellettuale non esisteva più nemmeno come concetto."(14)
La riduzione del vocabolario non riguarda solamente i termini a carattere palesemente politico, ma anche altri considerati superflui dal momento che ciò che esprimono non esiste più.
Generalmente le lingue tendono spontaneamente all'economia espressiva, ed espressioni non più integrate nella lingua comune tendono a scomparire, ma in Oceania questo fenomeno non avviene spontaneamente, poiché l'economia espressiva della Neolingua è controllata e forzata.
La razionalità e la semplicità sono qualità che la letteratura utopica ha sempre enfatizzato, ma la positività di questi due tratti caratteristici è soltanto apparente. L'utopista esige infatti che il linguaggio rifletta fedelmente la razionalità e la semplicità della struttura socio-politica della Città Perfetta; una lingua semplice e razionalmente organizzata non è desiderata come obiettivo di per se stesso valido, ma soltanto come mezzo per ridefinire la funzione od il contenuto del pensiero.
La possibilità di esprimere in più modi un singolo concetto è fonte di forza e di vitalità di una lingua, ma in Oceania cessa di essere valorizzata, ed è anzi combattuta perché testimonianza della presenza di autonomia individuale. L'esistenza di più significati esprime la molteplicità delle interpretazioni: se il contenuto concettuale di un termine è invece uno soltanto, la standardizzazione del significato permette di immobilizzare, attraverso la lingua, anche la società.
Nuove esigenze, nuovi valori, nuove prospettive sono banditi dalla società perfetta dove per ognuno e per ogni cosa il Partito ha stabilito un valore ed una funzione, come per ogni parola ha stabilito un solo significato che nessuno può permettersi di interpretare.
L'aspetto politico-ideologico è dunque predominante nella rivoluzione linguistica. Già nell'"Utopia" di Tommaso Moro (15) è presente un implicito parallelismo tra cambiamenti politico sociali e cambiamenti linguistici e la successiva letteratura utopica tenderà ad esplicitare sempre più la funzione del linguaggio nella realizzazione della società perfetta (16).

Le parole della Neolingua appartengono a tre classi distinte: Vocabolario A, Vocabolario B, Vocabolario C"(17).
Il "Vocabolario A" comprende parole di uso comune, quelle impiegate nei dialoghi quotidiani e che servono a descrivere azioni abitudinarie (vestirsi, camminare, mangiare...). Tutti i termini del "Vocabolario A" hanno un solo significato e si riferiscono ad oggetti concreti ed azioni materiali; il loro uso in altri contesti è impossibile poiché essi sono privi di sfumature semantiche che li possano trasferire in campi di riferimento più ampi, come ad esempio la politica o la filosofia.
Il "Vocabolario B" contiene invece parole create deliberatamente per scopi politici: esse non solo hanno un significato politico, ma anche, e soprattutto, una funzione politica consistente nell'implicito atteggiamento mentale che impongono a chi le introduce nei propri discorsi.
In una sorta di "stenografia verbale", le parole del "Vocabolario B" permettono di concentrare in poche sillabe un intero sistema di idee.
I principi del Socing appaiono così tanto più chiari ed evidenti quanto più sono concentrati in poche ed essenziali parole.
Una caratteristica di tali termini è l'intercambiabilità: ogni parola può occupare qualsiasi posto nella frase, può cioè essere utilizzata come verbo, come avverbio, nome o aggettivo. Nessun principio morfologico viene rispettato: in alcuni casi il termine resta invariato qualunque sia la sua funzione, in altri casi resta invariata solo la radice e si aggiunge un suffisso. Si legge ancora nell'appendice: "Thus, for example, speedful meant "rapid" and speedwise meant "quickly" (…) any adjectival meaning could be arrived at by adding -ful to a noun-verb.":  "Così, per esempio, VELOCITEVOLE significava rapido e VELOCITAMENTE significava rapidamente (...), qualsiasi significato aggettivale poteva essere facilmente ottenuto aggiungendo EVOLE al nome-verbo." (18).
Il contrario di ogni termine si ottiene aggiungendo l'affisso S (nell'originale un-), mentre il superlativo ed il comparativo richiedevano rispettivamente gli affissi BISPLUS e PLUS (doubleplus- e plus-).
Per la coniugazione dei verbi le regole sono le stesse per tutti, ad eccezione di pochissime classi di verbi che seguono regole speciali. Il passato, ad esempio, si ottiene aggiungendo sempre ATO (-ed , come steal - *stealed) ("pretendato, insorgato, incidato" sono i passati ed i participi passati di pretendere, insorgere, incidere). Allo stesso modo, senza nessuna differenziazione, si forma il plurale semplicemente aggiungendo l'affisso "i" (donna-donni, uomo-uomi, etc.).
Tutti i termini di difficile pronuncia sono eliminati, mentre quelli usati in alcune espressioni particolari ed appartenenti all'Archeolingua sono considerate forme arcaiche.
Soffermarsi sulle regole grammaticali e sintattiche della Neolingua non esprime un atteggiamento di pedanteria, ma è necessario per comprendere la struttura della società di Oceania.
L'inesistenza di regole grammaticali che differenzino i procedimenti linguistici quali la formazione del plurale o la coniugazione dei verbi a seconda del tipo di nome e di verbo, come visto negli esempi sopra riportati, rivela una semplicità di linguaggio portata al limite estremo. Tale semplicità non ha il fine di agevolare gli abitanti di Oceania nell'uso del nuovo linguaggio , ma ha una funzione esclusivamente politica: la razionalità della struttura linguistica deve mostrare a tutti la razionalità delle strutture economica e politica imposte dal Partito.
Le parole del "Vocabolario B" hanno la caratteristica di essere composte da due o più termini, generalmente un nome ed un verbo. L'espressione "pensabuono"(goodthink) significa ortodossia, mentre "panciasentire" (bellyfeel) indica l'entusiastica accettazione del Socing ed "archepensevole" (oldthink) esprime il rifiuto del passato identificato con la malvagità e la decadenza.
La maggior parte dei termini contengono la forza della vocazione palingenetica degli utopisti: essi infatti non esprimono significati, ma li distruggono, così come gli utopisti non esprimono nuovi valori, ma distruggono quelli della società precedente.
La parola "archepensevole", ad esempio, è creata per sostituire parole come razionalismo ed obiettività; la parola "psicoreato" per sostituire, e quindi abolire le parole e con esse i concetti di libertà, uguaglianza, giustizia, morale, democrazia.
Un derivato del termine "psicoreato" è il termine "reasesso"(sexcrime) che copre tutti i significati negativi della vita sessuale. Anche per formare le parole composte esiste solo il criterio dell'arbitrio: la parola con funzione di nome può seguire o precedere quella con funzione di aggettivo o di altra parte del discorso (psicoreato e "reasesso" sono due esempi significativi del libero criterio di composizione). A volte esigenze eufoniche rendono necessarie costruzioni irregolari ed amputazioni dei termini : "minamor" per "minamorevole"; "minipax" per "minipaxevole", e così via.
Le esigenze eufoniche servono tuttavia a mascherare esigenze ideologiche: il discorso deve essere armonioso, orecchiabile come una filastrocca, per invitare chi ascolta a ricordare e condividere i principi che esso vuole veicolare. L'invito all'adesione è tuttavia il primo stadio della vera e propria costrizione: tutti coloro che non appartengono al Partito sono potenziali colpevoli di psicoreato e per evitare la condanna a morte devono subire un processo di rieducazione che parte proprio dal linguaggio.
Molte parole sono degli eufemismi, spesso talmente esagerati da diventare delle vere e proprie contraddizioni in termini, come "minipax" per indicare il Ministero della Guerra, "svago-campo" (joycamp) per indicare il campo dei lavori forzati.
Tutte le denominazioni delle istituzioni, delle organizzazioni, dei Paesi, degli uffici sono abbreviate. Fa notare G.Orwell nell'appendice:
"La tendenza ad usare abbreviazioni era particolarmente sentita nei Paesi a regime totalitario e nelle organizzazioni totalitariste (Nazi, Gestapo, Comintern )."(19)
L'abbreviazione di un termine implica una sottile alterazione del significato, poiché la parola diventa un simbolo di un concetto e di quello soltanto, essendo eliminata la possibilità di ulteriori interpretazioni.
Analizzando da questo punto di vista l'espressione "Comintern", ad esempio, e confrontandola con l'espressione "Internazionale Comunista", si nota subito che mentre la prima si riferisce a qualcosa di immediatamente identificabile, come un'immagine (un'organizzazione determinata ed una precisa dottrina alla sua base), la seconda espressione richiama un significato più complesso , "su cui si è obbligati ad indugiare - scrive G.Orwell - se anche per un breve momento (20) (universale fratellanza, Marx, barricate, bandiere rosse).
Le parole della Neolingua si assomigliano nel suono e nella morfologia, sono meccanicamente costruite attraverso l'assemblaggio di poche sillabe, mentre i suoni sono monotoni, ripetitivi ed aspri. Tali caratteristiche rispondono ad una precisa logica: il discorso, soprattutto quello politico, deve nascere senza una previa riflessione, in modo automatico, come "una scarica di pallottole da un mitragliatore" (21), dal momento che, essendo la lingua in armonia con lo spirito del Socing, ogni riflessione sulla scelta delle parole del discorso è superflua. Se esiste un termine per esprimere un concetto, il concetto in questione è necessariamente giusto, cioè in sintonia col Socing; in caso contrario è inutile sforzarsi di cercare l'espressione più adatta per un concetto che non può più esistere perché eretico, in contraddizione cioè col Socing.
La Neolingua comprende un numero di termini molto limitato ed i linguisti del Partito cercano di eliminare ogni termine che non risulti indispensabile: più la scelta è limitata, più debole sarà la tentazione di lasciar spaziare il pensiero. La parola "ocolingo" (duckspeak)(22) esprime il limite estremo a cui si vuol far giungere il processo di riduzione inguistica : "ocolingo" è chi può "articolare il discorso nella stessa laringe, senza chiamare in causa i centri del cervello" (parlare con lo stesso meccanismo con cui l'oca emette i propri versi).
Il "Vocabolario C" costituisce un supplemento degli altri due e comprende i termini scientifici e tecnici. Ogni operaio specializzato "poteva trovare tutte le parole che gli erano necessarie nella lista dedicata alla sua specializzazione, ma dava di rado più che una fuggevole occhiata alle parole che componevano le altre liste".(23)
La specializzazione, in seguito allo straordinario sviluppo della tecnologia, è dunque spinta al massimo grado e nel linguaggio se ne ha il primo ed evidente riscontro. La lingua della scienza e della tecnica non è costituita da un vocabolario comune a tutti gli scienziati e tecnici, condizione questa necessaria per il confronto ed il progresso scientifico. Alla base dell'impossibilità dello scambio e della collaborazione intellettuali c'è lo stesso principio che risiede alla base dell'impossibilità del pluralismo ideologico e del mercato economico: l'unica scienza, l'unica organizzazione dell'economia, l'unica ideologia è il Socing.
Nei confronti delle opere letterarie, scientifiche e filosofiche appartenenti alla tradizione di pensiero della "decadente" società liberale, l'utopista ha lo stesso atteggiamento assunto verso il linguaggio.
Già in Platone si avverte la necessità primaria di distruggere le opere del passato per costruire la Città Perfetta. Nella "Repubblica" il filosofo dichiara che la tela, che rappresenta il carattere e lo stato dei cittadini, deve essere resa "il più possibile pulita".(24)
Morelly ribadisce tale concetto nel "Codice della Natura": "Bisognerebbe che in una società come quella che voi governate, Principe, non ci fosse che un solo volume (...). Vi sarà una specie di Codice Pubblico di tutte le scienze nel quale, oltre i limiti prescritti dalle leggi, nulla potrà mai aggiungersi."(25)
G.Orwell conclude l'appendice a "1984" riportando un brano tratto dalla "Dichiarazione d' Indipendenza" e descrivendo l'atteggiamento assunto verso questo documento, come esempio di opera del passato, dagli utopisti di Oceania:
"Sarebbe stato assolutamente impossibile rendere tutto questo in Neolingua, rispettando il senso dell'originale (...). Una traduzione completa ed analitica avrebbe potuto essere soltanto una traduzione ideologica, in cui le parole di Jefferson sarebbero state trasformate in panegirico dello stato assoluto".(26)
Anche i fatti della storia sono dunque travolti dall'impeto totalitario degli utopisti.
Il passato è quello che il Partito vuole che sia e la sua mutabilità è il dogma centrale del Socing.
Gli slogan di Partito sono frasi semplici ed autocontraddittorie, ma sono dogmi ed è vietato soffermarsi a constatare l'evidente inconciliabilità tra soggetto e predicato:

"LA GUERRA È PACE"
"LA LIBERTA' È SCHIAVITÙ"
"L'IGNORANZA È FORZA" (27)

Anche se qualcuno fosse talmente coraggioso da volerli confutare, non troverebbe più le parole per farlo: democrazia, libertà, conoscenza non esistono nel nuovo vocabolario.
La Neolingua è potente, attacca il pensiero e lo distrugge sul nascere.
"Winston sentiva che si era come prodotto un vuoto, come se gli fosse stato tolto un pezzo del cervello (...). (28)
Il giorno che l'Archeolingua fosse stata sostituita una volta per tutte dalla Neolingua si sarebbe infranto l'ultimo legame col passato." (29)
La lingua è alla base del pensiero, si pensa parlando e la riflessione intima è un vero e proprio discorso con se stessi.
Il ciclone del totalitarismo spezza le strutture della lingua, prima di agire su quelle della società, poiché azzerando le menti, facendone "tabula rasa", può immettervi un nuovo modo di pensare, quello dettato dal Grande Fratello.
"Ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello."(30)

NOTE
(1) L.CARROLL, Alice nello specchio, Milano, Bompiani, 1963,p.98, cit. da M. Baldini in Il linguaggio delle utopie. Utopia e ideologia: una rilettura epistemologica, Edizioni Studium, Roma, 1974. 
(2) V.PROPP, Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi,1986. 
(3) L.PELLICANI, Rivoluzione e totalitarismo, Roma, Pagine,1992, p.27. 
(4) ibidem,p.28. 
(5) K.R. POPPER, La società aperta e i suoi nemici, Armando, Roma, 1974. 
(6) G.ORWELL, 1984 , Milano, Mondadori,1967. 
(7) J.CHASE, Il potere delle parole, Milano, Bonpiani, 1966. 
(8) B.WHORF, Linguaggio, pensiero e realtà, Torino, Boringhieri, 1970, p.163. 
(9) L.WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, Torino, Boringhieri, 1970, p.163. 
(10) G.ORWELL, op. cit., pp.61-62. 
(11) ibidem. 
(12) E. SAPIR, Il linguaggio, Torino, Einaudi, 1969, pp.14-15. 
(13) G.ORWELL, op. cit., p.315. 
(14) ibidem, p.316. 
(15) T.MORO, L'Utopia, Roma, Colombo, 1945. 
(16) cfr. D.De VAIRASSE, L'Histoire des Sevarambes, Parigi, 1882; E.CABET, Voyage en Icarie, Parigi, 1847; H.G.WELLS, La macchina del tempo, Milano, Rizzoli, 1959; J.SWIFT, I viaggi di Gulliver, Torino, Utet, 1965; E.BULWER-LYTTON, La razza futura, Milano, Treves, 1890; A.FRANCE, Sulla pietra bianca, Milano, Rizzoli, 1961. 
(17) G.ORWELL, op. cit., p.316 sgg. 
(18) ibidem, pp.315-316. 
(19) ibidem,p.322. 
(20) ibidem, p.323. 
(21) ibidem, p.323. 
(22) ibidem, p.324. 
(23) ibidem, p. 325. 
(24) PLATONE, Repubblica, 501a. 
(25) MORELLY, Codice della Natura, Torino, Einaudi, 1952, p.160. 
(26) G.ORWELL, op. cit., p.326. 
(27) ibidem, p.8. 
(28) ibidem, p.270. 
(29) ibidem, p.325. 
(30) ibidem, p.326.
 

postato da Ocolingo alle ore 15:18 | link | commenti
categorie: kakotopia
mercoledì, 10 settembre 2008

revisionisti

Ma secondo te, quello lì è buono, o... Secondo me è più cattivo che buono. Perché Testina? Perché secondo me... Secondo te? Se era più buono... Se era più buono... Era anche più bello. Mah! Forse, un'unica matrice genera il "sognato" ed il "sognatore"... Oggetto e soggetto sono la stessa cosa... Ma certo!

Esempio di revisionismo
(fatto realmente accaduto)

 

Se tu mostri ad un "sognator sognato" una frase egiziana in cui compaia la parola "schiavo", come ad esempio "Sua Maestà consacrò schiavi e schiave" il "sognator sognato" si comporta esattamente come un ministro del “Ministero della Verità”: immediatamente ti dice che ad essere consacrati dal  faraone sono i sacerdoti, non gli schiavi. Infatti per il bispensiero della neolingua, cioè in “ocolingo”, la parola "schiavo" significa "sacerdote", in quanto deve risultare che gli schiavi in Egitto non sono mai esistiti. Per costui prima della consacrazione quei sacerdoti non erano sacerdoti, dato che sono consacrati sacerdoti dal Faraone. E contenporaneamente, grazie al fatto che "schiavo" è "sacerdote", quei sacerdoti prima della consacrazione erano già sacerdoti! L'oggetto "sacerdote" e il soggetto "consacratore dei sacerdoti" sono infatti la stessa cosa per il "sognator sognato". E se tu gli fai notare la contraddizione di certo ti dice che la tua mente si è eclissata e che questo tuo modo di pensare è senz'altro uno psico-reato da reprimere. Egli non ha il minimo dubbio in proposito. E senza alcun dubbio nasce perciò il "tabù dello schiavo in Egitto". Ma che schiavi d’Egitto! Oggi infatti la schiavitù si è evoluta! Il nuovo schiavo è "scientificamente" convinto che il comunismo sia il bene assoluto (del “Grande Fratello” INGSOC), e poiché questa convinzione poggia sul medesimo stile totalitario degli antichi faraoni, guai se citi (magari usando i geroglifici) il fatto che dei faraoni consacravano schiavi! Perché costoro erano “lavoratori”, con tanto di sindacati, come affermano gli studiosi “Socing”, o “Insog”, cioè i mentecattocomunisti del “Ministero della Verità”.

Colui che lavora si dice in ebraico 'ovéd, parola che può essere adoperata tanto come sostantivo (lavoratore) quanto come participio (lavorante). Il femminile è 'ovédeth, i plurali maschili e femminili rispettivamente 'ovedìm e ovedòth. Il risultato dell'azione dello 'ovéd è la 'avodà, il lavoro. Dal significato proprio di "lavoro" si passa facilmente  al  significato  traslato  di "servizio dell'Eterno" e pertanto 'avodà significa anche "culto" e 'ovéd indica colui che lo presta. Ne derivano anche nomi propri come 'Ovadyàh, che significa "servitore dell'Eterno". Una lieve modificazione vocalica da' inoltre la parola 'éved per  "schiavo: colui che è costretto al lavoro suo malgrado".

Il plurale è 'avadìm e nella Haggadàh shel Pèsach ("Storia della Pasqua") è scritto che 'avadìm hayìnu le-Far'ò be-Mizràyim: "Schiavi fummo di Faraone in Egitto" (Carlo Alberto Viterbo, "Una via verso l'ebraico", Ed. Carucci, Roma, 1988 - 5749) [Nel mondo ebraico il 1988 corrisponde al 5749 - NdR].

Anche da Esodo 20,1-2 risulta che "Dio allora pronunciò tutte queste parole: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavi” ('avadìm):

Il problema di oggi è infatti costituito dal pensiero debole poggiante in definitiva sulla conoscenza... del materialismo aristotelico, filtrato dall'arabismo di Avicenna e di Averroè, in base al quale è giusto che il soggetto e l'oggetto, o l’individualità e la specie, o la coscienza civica e la coscienza di Stato, o il sognatore e il sognato, ecc., siano interscambiabili fra di loro come due copertoni o due ruote di bicicletta!   

Oggi infatti i lavoratori non sono più schiavi: hanno le leggi, i sindacalisti che li proteggono, ed i partiti!  Hanno perfino la televisione per vedere la partita! Ieri non era così! Ed al posto dello stadio con i calciatori, c’era lo stadio con i gladiatori. Oggi non è più così! Si sono civilizzati ed evoluti... Ma che c'entra questo col leccaculismo? Perché l'ocolingo genera leccaculismo? È semplice: perché il leccaculismo è fattispecie faraonica e rientra in tale mentalità "terrona". Vedi a questo proposito una esauriente spiegazione nel post "terroni"... Ma vinci ’sta schiavitù! E... cerca di stare su! 

Forse, un'unica matrice genera il "sognato" ed il "sognatore"... Ahahaha aha aha aha! Oggetto e soggetto sono la stessa cosa... Ma certo! Ma secondo te, quello lì è buono, o... Secondo me è più cattivo che buono. Perché Testina? Perché secondo me... Secondo te? Se era più buono... Se era più buono... Era anche più bello..Ma vinci ’sta schiavitù! Su dai... Non fare così... Su dai... Su e giù. Su e giù... Stai su! Su! Perché sei giù?

postato da Ocolingo alle ore 11:02 | link | commenti
categorie: revisionisti
giovedì, 11 settembre 2008

terroni

Terroni! Non cambiate:

siete perfetti così come siete

Fonte: Richard Stengel, “Manuale del leccaculo”, Roma, 2001 

 

La civiltà egizia era arcaica perfino per gli antichi: i greci del primo secolo guardavano le piramidi con la stessa meraviglia con cui noi oggi osserviamo il Partenone. La cultura egizia prosperava già mille anni prima che i minoici costruissero il palazzo di Cnosso, a Creta. Gli egizi erano un popolo profondamente religioso novecento anni prima che Mosè guidasse gli ebrei attraverso il deserto. La loro civiltà durò quasi tre millenni, a partire dal 3100 a.C., un arco di tempo più ampio di quello che intercorre fra la nascita di Gesù e l’invenzione del chip da 233 megahertz che sto usando per scrivere questa frase.

Soffermatevi un momento a riflettere sugli incredibili mutamenti avvenuti fra la nascita di Gesù e il periodo attuale, sui fenomeni che ci hanno cambiato la vita, Prendete lo stesso intervallo di tempo e avrete un periodo in cui l’antica civiltà egizia non si è modificata di una briciola. Se nella civiltà moderna il mutamento è l’unico aspetto costante, le variazioni erano ritenute il peggior nemico dagli antichi egizi. Per loro, un’alterazione equivaleva al caos: era la cosa da evitare assolutamente. Temevano qualunque cambiamento culturale [il grassetto è mio - NdR] e in tre millenni hanno modificato molto meno di quanto hanno fatto europei e americani nei due decenni fra prima e seconda guerra mondiale.

Gli egizi detestavano cambiare perché nella loro cosmologia il mondo era perfetto nel momento in cui fu creato dagli dèi: tutto ciò che lo modificava ne diminuiva la perfezione. Pensavano: “Non è rotto, quindi non c’è bisogno di ripararlo”. Ogni cosa era come doveva essere: stabile, completa, appropriata. La perfezione significava immobilità eterna.

Di conseguenza, la loro cultura era molto conservatrice e lo status quo equivaleva all’armonia. Di solito riteniamo che il mutamento sociale sia il fattore determinante per l’evoluzione culturale. Invece, la base su cui era fondata la società egizia era l’inerzia: riuscirono a restarvi fedeli per migliaia di anni. Una volta, Mark Twain defini gli inglesi come uomini che facevano le cose come erano state fatte in precedenza, ma lo scrittore americano non aveva mai conosciuto un antico egizio.

La società egizia era organizzata in modo gerarchico: ognuno aveva il suo posto ben chiaro a tutti. Al vertice stava il faraone, monarca di origine divina, e sotto di lui erano collocati in ordine discendente il visir, i governatori delle province e i funzionari superiori (tutti di ordine nobiliare) poi venivano i sacerdoti, gli scribi, i burocrati di basso livello, gli operai, i servi, i contadini e gli schiavi. La mobilità sociale era scarsa; dove esiste una gerarchia rigida e poca intercambiabilità di funzioni la piaggeria diventa rigida e formalistica come l’organizzazione che riflette.

In una civiltà conservatrice, il ruolo dell’adulazione è fisso come qualsiasi altra cosa. Per converso, in una cultura con notevole mobilità sociale, la piaggeria si adegua ai cambiamenti e al mutamento delle gerarchie; può anche incentivare le variazioni, fungere da motore della mobilità, facilitare la scala al rango superiore. Ma in una società dove non esistono scale da salire, è statica e stratificata come la gerarchia imperante.

Nell’antico Egitto, l’adulazione era impersonale e grandiosa, monumentale e macroscopica come le piramidi. In realtà, le piramidi sono le tombe più imponenti che l’uomo abbia mai edificato; secondo Samuel Johnson, erano il tributo “all’inadeguatezza del godimento umano”, cioè grandiosi esercizi di vanità, enormi manifesti pubblicitari per i loro occupanti, immense opere pubbliche realizzate da centinaia di migliaia di persone, monumenti intesi a sfidare 1’eternità, ognuno progettato per lusingare un solo uomo.

I faraoni non erano servi degli dèi ma divinità in prima persona. Essendo contemporaneamente re e dio, il faraone era tutto per ogni suddito: stava a capo della chiesa e dello stato, anche se i due concetti non erano nettamente distinti. Fin dal principio, i sovrani venivano raffigurati come se avessero dimensioni prodigiose, mentre ogni altra persona comprese le loro mogli, appariva piccola come un lillipuziano. Nel 1500 a.C., un impiegato statale descrisse così il faraone: “È un dio sul cui comportamento adattiamo la nostra vita, il padre e la madre di tutti gli uomini; è unico, senza pari”. Non ci può essere un complimento maggiore.

Nella cosmologia egizia, il re svolgeva un compito essenziale per mantenere l’equilibrio dell’ordine divino: a livello mondano, rappresentava il nucleo di uno stato marcatamente centralizzato. Tutte le cariche e le funzioni facevano in ultima istanza riferimento al sovrano; tutti gli onori e i favori dipendevano e derivavano da lui, così come ogni potere e ricchezza. Si narra che il faraone Achtoe II abbia detto: “La dignità regale è un’ottima professione”, benché difficile da spiegare (L. Casson e i Redattori di Time-Life Books, “Ancient Edypt”, Alexandria, Va., Time-Life Books, 1978).

La società stessa era concepita in forma piramidale. Il faraone ne costituiva il vertice, sotto di lui vi era il visir, poi i nobili e gli alti burocrati. Il visir svolgeva la funzione di vicerè o, se preferite, di comandante in seconda. Però, siccome non avrebbe mai potuto diventare faraone, si consolava attribuendosi quanti più titoli onorifici poteva. Quindi, il visir era anche guardasigilli del re, primo amico del re, sovrintendente dei raccolti e della residenza regia. Per quanto riguarda i governatori provinciali, inizialmente esercitarono un potere delegato, poi trasformato in diritto ereditario. Il modo migliore per progredire socialmente consisteva nell’arruolarsi nell’esercito: un bravo guerriero di umili origini poteva fare carriera e diventare funzionario statale. Un altro modo per salire di rango era diventare scriba, una professione ritenuta meritocratica ma a cui in realtà accedevano solo i figli dei benestanti dopo opportuna scolarizzazione. (Oltre a compilare elenchi, gli scribi passavano parte del loro tempo a copiare encomi al faraone). In fondo alla piramide stava il gruppo di gran lunga più numeroso, quello degli operai e dei contadini.

Godere di stima, favori e ricompense del faraone era la maggior ambizione degli aristocratici. La classe superiore era composta da una piccola casta ereditaria di soldati, sacerdoti e burocrati che sovrintendevano alle opere pubbliche, amministravano la giustizia e facevano funzionare la complicata burocrazia statale. L’elogio più ambito per qualunque nobile o aristocratico (di solito, lo si incideva sulla sua tomba) era: “Il re lo stimò e lo ricompensò lautamente”. Spesso bisognava impegnarsi tutta la vita per meritarsi un solo complimento del faraone. Per riuscirci, ovviamente, i nobili passavano il tempo a rivolgergli complimenti.

Se non sapevate come adulare il faraone, esistevano quelli che oggi chiamiamo manuali di etichetta, i precursori dei galatei della letteratura rinascimentale [e dell’odierna “netiquette” presente nei vari blog e forum, per cui possono intervenire solo i migliori leccaculi, mentre gli interventi di coloro che sono reputati poco lecchini sono rimossi, se non addirittura “bannati” gli autori - NdR]. Uno dei più famosi era “Gli insegnamenti del visir Ptahhotep”, redatto durante l’Antico Regno e studiato da innumerevoli generazioni di scolari egizi. Come “Il principe” di Machiavelli e “Il cortegiano” di Castiglione, contiene consigli e istruzioni sul comportamento da tenere a corte. Al pari delle lettere dell’inglese Lord Chesterfield, il grande manuale del XVIII secolo, il galateo egizio è scritto da un visir ormai invecchiato che offre saggi consigli all’ancor inesperto figlio. Abbina osservazioni di comune buon senso sulla vita quotidiana con dettagliate raccomandazioni sugli atteggiamenti da tenere a corte. Non si tratta però della saggezza popolare di un vecchio zio, ma dei precetti duri e puri del capo di un’accademia militare. In fondo, l’etichetta egiziana non mutò di un’acca per secoli e secoli.

Per esempio, l’autore descrive con precisione come ci si deve comportare coi superiori: essere sempre umili e ossequiosi: “Se sei ospite alla tavola di uno maggiore di te, prendi quello che elargisce come te lo presenta; guarda ciò che ti sta davanti, non rivolgergli molti sguardi, se lo molesti offendi il ka. Non parlargli finché non te lo ordina, non si sa mai ciò che può dispiacere; parla dopo che ti ha rivolto la parola, allora le tue frasi saranno ben accolte... Lui favorirà chi è nelle sue simpatie. (M. Lichtheim, “Ancient Egypt Literature: A Book of Readings”, vol. I, Berkeley, University of California Press, 1975).

Prima occorreva dunque propiziarsi i favori, poi si ottenevano le ricompense. Alla fine del capitolo, Ptahhotep aggiunge: “Ridi dopo di lui, ciò conforterà il suo cuore”. Ridi dopo di lui: una delle regole migliori e più sottili dell’adulazione. I nostri sociologi preferiscono dare a questa strategia un nome poco elegante: conformismo alle opinioni altrui. Però, si tratta di una regola che ha sempre avuto successo: faceva parte del credo dell’adulatore [Oggi questo conformismo, secondo i principi del bispensiero alla Orwell è simultaneamente riconosciuto nelle menti del Mentecattocomunismo imperante come “Partito” o “Airesis”,

anche se il senso di questa parola è il contrario del conformismo, vale a dire “eresia”; vedi a questo proposito il Vangelo di Matteo secondo Nereo – 03- NdR].

A differenza di altri manuali di corte, quello di Ptahhotep non si dilunga sul fascino personale - per così dire, non veniva captato dal suo radar. In una società austera come quella, non c’era posto per il fascino, né sappiamo se esistesse tale concetto. I consigli di Ptahhotep sull’uso della piaggeria sono prettamente strategici.

“Lui favorirà chi è nelle sue simpatie”, scrive il visir: sia l’umiltà raccomandata sia i favori concessi sono pure formule. L’equazione prevede: “sii umile e lui ti privilegerà, e colui che sarà favorito otterrà molte cose”. Ma non esistevano alternative alla modestia, poiché ogni trasgressione dello status quo sarebbe terminata con il taglio della testa [Come si può notare, il comportamento descritto non è molto distante dal comportamento omertoso generato dalla paura di morire - NdR].

“Se sei in anticamera, siedi o staziona come ti impone il rango che ti è stato assegnato il primo giorno.

Non andare oltre, saresti respinto... Non malignare su nessuno, grande o piccolo che sia, il ka lo detesta” (“Ancient Egypt Literature: A Book of Readings”, op. cit.).

Accetta lo status quo, non dire parole deprimenti, non fare il passo più lungo della gamba, asseconda la tua posizione, non mettere in discussione i superiori, non permetterti di voler sovvertire l’ordine. In una società conservatrice, è meglio non criticare mai. I poteri costituiti governano le cose così come le vogliono, talché ogni critica, per quanto indiretta, potrebbe sembrare rivolta contro di loro. Sostenere la riforma di una società che non è cambiata per secoli non mette certo in buona luce davanti ai poteri costituiti. La critica si rivela sempre controproducente. Malignare sugli altri è il contrario dell’adulazione, tanto più che è cosa sommamente odiata dal ka. In fondo, il visir dice le stesse cose che vi consigliava la nonna: se non avete niente di carino da dire, meglio tacere del tutto. [Comportamento omertoso e leccaculismo sono ancora tradizione soprattutto nei popoli più vicini al Medio Oriente ed all’Egitto; si tratta comunque della “tradizione” di ogni popolo e soprattutto di quello italiano: terrone, non solo al sud ma anche al nord, dato che tutta l’Italia è massimamente impregnata di spirito “gattopardiano” per cui “occorre che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima] (Attenzione, nella moderna cultura adulatoria, il silenzio viene spesso interpretato come una critica).

Non tutti i silenzi, però, sono uguali. Ptahhotep si sofferma sull’ascolto, un tipo di silenzio che può essere particolarmente lusinghiero. Ascoltare con grande attenzione è un’ottima strategia per accattivarsi le simpatie: fa sentire bene l’oratore e accresce la sua stima per chi ascolta. Nei manuali commerciali tanto di moda negli ultimi decenni, si definisce l’ascolto come l’arma segreta dei venditori in qualunque campo d’azione.

Ptahhotep afferma che l’ascolto non serve solo a se stessi (come dice il proverbio giapponese, mentre si parla non si impara nulla), ma permette di accattivarsi le simpatie dell’oratore, il quale penserà che l’ascoltatore è molto intelligente.

“Colui che ascolta è amatissimo dagli dèi, chi è odiato dagli dèi non presta ascolto... Imparate ad ascoltare, sarete apprezzati dai nobili... Chi non ascolta è inseguito dal fallimento” (“Ancient Egypt Literature: A Book of Readings”, op. cit.).

Le divinità detestano i distratti, quelli che non porgono orecchio con attenzione. Non prestare attenzione è il contrario della lusinga, una specie di ostilità. A nessuno piace venire ignorato.

Di solito immaginiamo che i grandi adulatori siano oratori molto eloquenti, ma chi sa ascoltare lusinga il locatore con la profonda attenzione che gli presta. L’ascolto può essere un genere di attività. Ci sono ascoltatori aggressivi che adulano l’oratore mostrandosi interessati ad assorbire ogni frase, ogni sillaba e sfumatura di significato. Osservate Bill Clinton quando partecipa a riunioni civiche: se qualcuno gli pone una domanda, nasconde il microfono fra le braccia (segno che non interromperà fino a che l’altro non ha fluito), si piega leggermente verso l’interrogante, spesso tende l’orecchio verso di lui, aggrotta le sopracciglia dalla concentrazione, il suo sguardo benevolo comunica la sua immedesimazione. Quale elettore non si sente lusingato se il capo del mondo libero gli riserva tale attenzione?

Tuttavia, non tutti i consigli di Ptahhotep vertono sulle lusinghe da riservare al capo. A volte, espone strategie per farsi amare quando si occupa una posizione elevata. A suo avviso, il capo deve guadagnarsi la fiducia della gente; così facendo, però, incrementa anche la propria fama.

“Quando ti trovi fra la gente, guadagnati nuovi sostenitori con l’affidabilità; l’uomo affidabile che non sfoga gli istinti diventerà un capo. Un uomo di grandi mezzi a cosa assomiglia? Il tuo nome è famoso, non sei calunniato... Ti si loda senza che tu lo sappia...”.

Da Ptahhotep a Platone, fino a Castiglione e Dale Carnegie, come vedremo, lo scopo più perseguito dagli uomini è la grandezza, la lode altrui. Come, mille anni dopo, avrebbe detto Aristotele, il grande filosofo greco, Ptahhotep suggerisce che la fama è il valore massimamente ambito dagli uomini. Per lui, l’affidabilità non è un fine in sé ma serve alla conquista della celebrità, del proprio nome da tramandare in quanto degno di fiducia. Ancorché un po’ ambiguo, questo consiglio non è assolutamente ipocrita: nell’antico Egitto, la reputazione e il comportamento individuale coincidevano sotto ogni aspetto.

postato da Ocolingo alle ore 08:09 | link | commenti
categorie: terroni
giovedì, 11 settembre 2008

farfalla_blu

"Farfalla blu" è per gli anonimi l'iniziazione al leccaculismo. E consiste nella sacra procedura per la formulazione di domande o per lanciare i propri commenti in questo blog da parte di anonimi. Eccola:

Le domande, o i commenti esigenti risposta, dovranno essere sempre precededuti dalla formula A o B, anche nel caso in cui i contenuti di A o B non siano condivisi. Formula A: "Io appartengo all'IDA-program (Idiozia devotamente allineata)". Formula B: "Io mi spertico nel leccacularTi...". [In questo secondo caso, la "T" della parola "leccacularTi" deve essere rigorosamente maiuscola]. Domande o commenti che non rispetteranno la suddetta procedura non riceveranno risposta alcuna.  Buon lavoro.

Invece:

"Farfalla blu" è per i NON anonimi una normale grammatica italiana creata attraberso le loro stesse domande. Le domande dei lettori non anonimi NON dovranno infatti sottostare alla procedura di cui sopra, e riceveranno SEMPRE risposta in merito agli argomenti della Grammatica. Le domande dovranno essere indirizzate ad ocolingo@libero.it. I lettori sono gentilmente pregati d'indicare se desiderano o meno la pubblicazione delle loro e-mails nella sezione "grammatica" del blog. Le sole risposte d'interesse generale alle domande rivolteci da lettori che hanno chiesto di non pubblicare le loro e-mails o che hanno omesso d'indicare se ne desideravano o meno la pubblicazione costituiranno così il formarsi della grammatica stessa. Buon lavoro.

postato da Ocolingo alle ore 15:26 | link | commenti
categorie: farfalla blu
venerdì, 12 settembre 2008

guerrafondai

 TEORIA E PRATICA
DEL COLLETTIVISMO
OLIGARCHICO
CAPITOLO III
LA GUERRA È PACE
(G. Orwell, "1984", Milano, 1950).

La divisione del mondo nei tre grandi superstati fu un avvenimento che si poteva prevedere, ed infatti fu previsto, prima dello scoccare della prima metà del ventesimo secolo. Con l’assorbimento dell’Europa da parte della Russia e con quello dell’impero Britannico da parte degli Stati Uniti, due delle tre potenze attuali, e cioè l’Eurasia e l’Oceania, erano già effettivamente un fatto compiuto. La terza, e cioè l’Estasia, emerse come una unità distinta solo dopo un’altra decade di lotte relativamente complesse. Le frontiere fra

questi tre superstati sono in qualche modo arbitrarie,ed in altri restano ancora indeterminate, a seconda delle vicende militari, e

tuttavia esse seguono in generale linee geografiche. L’Eurasia comprende per intero il grosso della parte settentrionale dell’Europa e dell’Asia, dal Portogallo allo stretto di Bering. L’Oceania comprende le Americhe, le isole atlantiche, comprese le isole britanniche, l’Australasia e una parte meridionale dell’Africa. L’Estasia, che è più piccola delle altre e le cui frontiere occidentali sono più vaghe, comprende la Cina e le regioni al di sotto di essa, le isole giapponesi ed un’ampia, ma ancora non ben definita, porzione della Manciuria, della Mongolia e del Tibet.

Ora, in un modo o nell’altro, questi tre superstati sono perennemente in guerra fra di loro, e lo sono stati durante gli ultimi venticinque anni. La guerra, tuttavia, non consiste più in quel tipo di lotta disperata, volta alla distruzione del nemico, che costituiva la caratteristica delle guerre nelle prime decadi del secolo ventesimo. Essa è piuttosto uno stato di guerra, con scopi limitati, fra combattenti che non sono capaci di distruggersi l’un l’altro, che non hanno una vera e propria ragione per combattersi, e che soprattutto non sono realmente divisi da alcuna differenza ideologica. Ciò non vuoi dire, però, che tanto la condotta della guerra quanto l’atteggiamento degli uomini verso di essa siano divenuti meno sanguinosi, ovvero più cavallereschi. Al contrario, l’isterismo guerriero è continuo e universale in tutti i paesi, e le solite azioni di stupro, di saccheggio, di stragi di bambini innocenti, d’assoggettamento d’intere popolazioni in stato di schiavitù, di rappresaglie contro i prigionieri (che vanno fino a cuocerli nell’acqua bollente e anche a seppellirli vivi) sono considerate del tutto normali e, in specie se vengano commesse dalla propria parte, e non invece da quella nemica, sono ritenute meritorie. Ma in senso “fisico”, la guerra tiene occupato un numero relativamente ridotto di gente, in gran parte specialisti che sono passati attraverso un addestramento particolare, e produce perdite relativamente piccole. I combattimenti, quando pure ve ne sono, avvengono sugli incerti allineamenti delle frontiere, della cui ubicazione le persone comuni posseggono una nozione del tutto vaga, cioè attorno alle Fortezze Galleggianti che occupano luoghi d’importanza strategica sulle distese marine. Nei centri civilizzati, la guerra non significa altro che una continua riduzione dei beni di consumo e, ogni tanto, lo scoppio di qualche bomba-razzo che può anche provocare la morte d’una o due dozzine di persone. La guerra ha mutato in realtà il suo carattere. Cioè, più esattamente, le ragioni per cui si combatte una guerra hanno invertito il loro ordine d’importanza. Alcuni motivi che erano tuttavia già presenti, seppure su un piano minore, nelle grandi guerre del principio del secolo, sono ora divenuti quelli di maggiore importanza e vengono ufficialmente riconosciuti come tali, ed è su quelli che l’azione militare viene impostata.

Per comprendere la natura della guerra attuale (poiché, nonostante il mutamento di fronte che, secondo gruppi diversi, avviene in media ogni tre o quattro anni, si tratta sempre della stessa guerra) bisogna anzitutto che ci si renda conto del fatto che essa non può, in alcun modo, sboccare in un risultato decisivo. Nessuno dei tre superstati può mai essere vinto definitivamente, anche dagli altri due uniti insieme. Essi, infatti, sono troppo simili e le difese naturali sono troppo invincibili. L’Eurasia è protetta dallo stesso vastissimo spazio dei suoi territori, l’Oceania dall’ampiezza dell’Atlantico e del Pacifico, l’Estasia dalla fecondità delle sue terre e dall’industria dei suoi abitanti. E in secondo luogo non esiste più, in senso materiale, nessuna ragione di lotta. Una volta stabilito il ciclo delle economie cosiddette interne, nelle quali la produzione e il consumo sono reciproci e compensati, le dispute dei mercati, che erano l’unica ragione importante delle altre guerre, sono venute ad esaurirsi, mentre la gara per raggiungere le materie prime non è più questione di vita o di morte com’era una volta. In ogni caso, ognuno dei tre superstati è cosi vasto che può comodamente procurarsi le materie prime di cui abbisogna nel limite dei suoi stessi confini. Anche se la guerra ha un suo scopo economico, esso consiste nella lotta per il potere della massa di lavoro, o energia. Nelle frontiere dei superstati, e non in permanente possesso d’alcuno fra essi, c’è una specie di approssimativo quadrilatero i cui angoli sono a Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong, e che contiene, entro di sé, circa un quinto della popolazione terrestre. È per il possesso di queste regioni superpopolate, e per quello delle regioni glaciali nordiche che le tre potenze si trovano impegnate in una lotta perpetua. In pratica, nessuna delle potenze riesce mai a controllare completamente l’intera area in questione. Parti di essa mutano di continuo padrone, e nella possibilità di prender possesso di questo o di quel pezzo di terra mediante improvvisi voltafaccia consiste la ragione dei mutamenti di fronte a catena.

Tutti i territori disputati contengono minerali di valore, ed alcuni anche importanti prodotti vegetali, come ad esempio la gomma, che nei climi freddi è possibile produrre sinteticamente soltanto con metodi relativamente assai costosi. Ma soprattutto contengono riserve senza fondo di mano d’opera a buon mercato. La potenza che controlla l’Africa equatoriale, o le regioni del Medio Oriente, o l’India meridionale, o l’Arcipelago indonesiano, dispone, per esempio, anche di dozzine di centinaia di milioni di lavoratori mal pagati e abituati a rendere buon lavoro. Gli abitanti di tali aree, ridotti più o meno apertamente in completa schiavitù, passano di continuo da un vincitore all’altro, e vengono spesi, come se fossero carbone o olio, nella corsa agli armamenti, per il possesso di porzioni più ampie di territorio, per il controllo di maggiore energia, e ancora per la corsa agli armamenti, per il possesso di porzioni più ampie di territorio, per il controllo di maggiore energia, e così all’infinito. Si deve notare che i combattimenti non si spostano mai oltre i confini delle aree disputate. Le frontiere dell’Eurasia si spostano in avanti e indietro fra il bacino del Congo e le spiagge settentrionali del Mediterraneo: le isole dell’Oceano Indiano e del Pacifico vengono conquistate e riperdute e quindi riconquistate ora dall’Oceania, ora dall’Eurasia; in Mongolia, la linea di demarcazione fra l’Eurasia e l’Estasia non è mai stabile: attorno al Polo, tutt’e tre le potenze avanzano pretese su enormi territori che in realtà sono, per una larga parte, del tutto disabitati e inesplorati; ma l’equilibrio resta quasi sempre inalterato, e il territorio che forma il cuore d’ogni superstato resta sempre inviolato. Oltretutto l’energia delle popolazioni sfruttate attorno all’Equatore non è realmente necessario all’economia del mondo. Esse non aggiungono nulla alle ricchezze del mondo, dal momento che tutto quel che esse producono è sempre speso a scopi di guerra, e lo scopo per cui sì inizia una guerra è sempre quello di trovarsi in una posizione migliore al momento di iniziare la successiva. Con la loro energia lavorativa le popolazioni schiave permettono al ritmo della guerra continua d’accelerarsi sempre più. Ma se essa non esistesse, la struttura della società mondiale e i mezzi e i processi per i quali essa si mantiene, non sarebbero essenzialmente diversi.

Lo scopo principale della guerra moderna (secondo i principi del “bispensiero”, questo scopo è simultaneamente riconosciuto e negato dalle menti dirigenti del Partito Interno) è di consumare i prodotti della macchina senza migliorare il generale livello di vita. Fin dalla fine del diciannovesimo secolo, il problema di quel che si dovesse e potesse fare con le eccedenze dei beni di consumo è stato latente nella società industriale. Al momento presente, quando cioè solo pochi fortunati esseri umani hanno abbastanza da mangiare, tale problema non è più urgente, e avrebbe anche potuto non diventarlo, pur se non fosse stato messo in opera alcun processo di distruzione artificiale. Il mondo d’oggi è un luogo nudo, affamato, dilapidato, se si paragona al mondo che esisteva prima del 1914, ed anche di più se si paragona all’immaginario futuro al quale cercava di dar corpo l’uomo medio di quel periodo. Nella prima parte del ventesimo secolo, la visione d’una società futura incredibilmente ricca, tranquilla, ordinata ed efficiente (un mondo splendente di vetro, d’acciaio e di candido cemento) faceva parte del bagaglio ideale di qualsiasi persona che non fosse analfabeta. La scienza e la tecnica progredivano con tale velocità, rinnovandosi continuamente, che pareva naturale pensare che si sarebbero sempre più sviluppate. Ma ciò non accadde, in parte per l’impoverimento seguito alla lunga serie di guerre e di rivoluzioni, e in parte perché il progresso scientifico e tecnico dipende soprattutto da un abito mentale proclive alla speculazione che non può sopravvivere in una società rigidamente irreggimentata. Nelle linee generali, il mondo di oggi è a uno stadio assai più primitivo di quanto non fosse, mettiamo, cinquanta anni fa. Certe aree che erano arretrate sono avanzate, e numerosi tipi di espedienti, ma sempre connessi in qualche modo con la guerra e con lo spionaggio poliziesco, si sono sviluppati, ma gli esperimenti e le invenzioni sono in gran parte arrestati e i disastri provocati dalla guerra atomica dal ‘50 al ‘60 non sono mai stati completamente riparati. Tuttavia i pericoli inerenti alla macchina sono ancora insiti in essa. [Questa affermazione di Orwell poggia su meccanizzazione del pensiero; questo è casomai il vero pericolo, dato che la macchina non è un male di per sé. Il ragionamento che segue è infatti la prova provata del fatto che non esistono “pericoli inerenti alla macchina insiti in essa”; Orwell ha probabilmente mancato di analizzare a fondo il “problema” di tali “pericoli” - NdR]. Dal momento in cui la macchina fece la sua prima comparsa, fu chiaro, per tutte le persone ragionevoli, che il bisogno della schiavitù umana e quindi, per lo meno in vasta misura, dell’ineguaglianza fra uomo e uomo, era scomparso. Se la macchina fosse stata adoperata deliberatamente solo per questo scopo, non ci sarebbe stato dubbio che la fame, l’eccesso di lavoro, la sporcizia, l’analfabetismo e le malattie sarebbero stati eliminati in poche generazioni.

Infatti senza essere usata deliberatamente per nessuno di questi scopi, bensì per un procedimento automatico (col produrre, cioè, una sorta di ricchezza che si rendeva impossibile non distribuire) la macchina aveva alzato il livello di vita dell’uomo medio in modo notevole, durante un periodo di circa cinquant’anni, fra la fine del secolo decimonono e il principio del ventesimo.

Ma fu anche chiaro che un generale accrescimento della ricchezza avrebbe minacciato la distruzione (e davvero, in certi casi, si trattò di distruzione) di una società organizzata per gerarchie. In un mondo in cui ognuno avrebbe lavorato soltanto poche ore al giorno, avrebbe avuto abbastanza da vivere, sarebbe vissuto in appartamenti con bagno e “frigidaire”, e avrebbe avuto l’automobile e perfino, talvolta, l’aeroplano, la più ovvia e forse la più importante forma di disuguaglianza sarebbe scomparsa. Una volta divenuta generale, la ricchezza non avrebbe più potuto costituire un segno di distinzione. Era possibile, senza dubbio, immaginare una società in cui la ricchezza, nel senso del possesso personale e del lusso, fosse equamente distribuita, mentre il potere restava appannaggio di una piccola casta privilegiata. Ma in pratica una società simile non avrebbe potuto durare stabilmente. Poiché se la tranquillità e la sicurezza fossero state godute da tutti nello stesso modo, la maggior parte degli esseri umani che sono di solito intorpiditi dalla povertà avrebbe appreso, invece, a leggere e a scrivere e, quel che è più importante, a pensare col proprio cervello; e una volta che fossero arrivati a far questo, non avrebbero tardato, prima o poi, a capire che la minoranza privilegiata non aveva alcuna reale funzione e avrebbero fatto in modo di scalzarla. Alla lunga, una società organizzata su basi gerarchiche era possibile soltanto sul fondamento della povertà e dell’ignoranza. Il ritorno al passato agricolo, che costituì pure il sogno di alcuni pensatori all’inizio del secolo ventesimo, non era una soluzione che consentisse un effettivo sfruttamento pratico. Era in aperto conflitto con la tendenza, per contro, alla meccanizzazione, che era divenuta una specie di istinto in quasi tutto il mondo, e, quel che più conta, ogni paese che fosse rimasto industrialmente arretrato, si trovava più debole anche nell’efficienza militare ed era soggetto a cadere sotto il dominio, diretto o indiretto, dei suoi rivali più progrediti.

Né era una soluzione soddisfacente quella di tenere le masse in stato di povertà col ridurre la produzione dei beni: ciò fu tentato, soprattutto, durante la fase finale del capitalismo, e cioè, press’a poco, fra il 1920 e il 1940. L’economia di parecchi paesi fu costretta a segnare il passo, in alcune terre si smise di coltivare, i capitali non furono accresciuti, grandi strati di popolazioni furono tenuti lontano dal lavoro e mantenuti malamente in vita dalla carità dello Stato. Ma questo portò con sé anche la decadenza militare, e poiché le privazioni che ne erano il risultato costituivano, agli occhi di tutti, un male non necessario, l’opposizione divenne inevitabile. Il problema parve risolversi col mantenere in moto le ruote dell’industria senza tuttavia che si accrescesse la reale ricchezza del mondo. I beni dovevano essere prodotti, ma non dovevano essere distribuiti. Ed in pratica, l’unico modo per raggiungere quel risultato era di mantenersi perpetuamente in guerra. [È chiaro che un modo di ragionare per cui il “mantenersi perpetuamente in guerra” è visto come salvaguardia di una “società organizzata per gerarchie” poggia su errori di pensiero, che in quanto tali non sono “inerenti alla macchina” ma alla meccanizzazione, appunto, del pensiero; questa “svista” di Orwell non inficia comunque per nulla la sua profetica preveggenza delle condizioni del mondo alienato attuale - NdR].

L’atto essenziale della guerra non consisteva tanto nella distruzione di vite umane quanto nella distruzione dei prodotti del lavoro umano. La guerra è, essenzialmente, un modo di fare a pezzi, di dissolvere nella stratosfera, ovvero di sprofondare negli abissi del mare, quei materiali che altrimenti si sarebbero potuti usare per render più comoda la vita delle masse, e quindi, a lungo andare, renderle anche più intelligenti. Quando le armi per la guerra non vengono propriamente distrutte le une dalle altre, la produzione delle stesse costituisce anch’essa un modo assai conveniente di spendere l’energia senza produrre nulla che possa essere consumato. Una Fortezza Galleggiante, per esempio, racchiude in sé la somma di energie che occorrerebbe a costruire numerose centinaia di navi da carico. Quando poi cade in pezzi ovvero diviene superata, dal momento che non ha potuto portare nessun beneficio a chicchessia, con un nuovo formidabile dispendio di energie si passa a costruire una seconda Fortezza Galleggiante. Come principio, gli sforzi di guerra sono sempre progettati in modo da consumare tutte le eccedenze che possono restare dopo che si è venuti incontro ai bisogni indispensabili della popolazione. In realtà i bisogni della popolazione sono sempre stimati a un livello minore di quello che in realtà rappresentano, col risultato che sussiste una penuria cronica di metà almeno delle prime necessità della vita: ma tutto questo viene considerato, naturalmente, come un vantaggio. Ed è anche un calcolo deliberato in quel procurare che i gruppi favoriti restino in qualche modo sufficientemente vicini al margine della miseria, dal momento che uno stato generale di povertà aumenta e anzi sottolinea, per contrasto, l’importanza dei piccoli privilegi e cosi rende anche più marcata la distanza fra un gruppo e l’altro. Secondo il livello medio dei primi anni del secolo ventesimo, bisogna dire che anche un membro del Partito Interno ha un tenore di vita sufficientemente austero e laborioso. E tuttavia, quei pochi lussi ch’egli si gode (come per esempio gli appartamenti più grandi del normale e bene ammobiliati, stoffe migliori per gli abiti, migliore qualità di cibo, di bevande e di tabacco, due o tre servitori, automobile o elicottero) lo pongono in una sfera diversa da quella d’un membro del Partito Esterno, e i membri del Partito Esterno hanno press’a poco gli stessi vantaggi, dove siano messi a confronto con le masse di gente che si conviene di chiamare “prolet”. L’atmosfera sociale è quella di una città assediata, in cui il possesso d’un pezzo di carne di cavallo fa tutta la differenza fra la povertà e la ricchezza. E nello stesso tempo la consapevolezza d’essere in stato di guerra, e quindi del continuo pericolo che da essa deriva, fa parere del tutto naturale quel rimettere il potere in mano ad una casta [!!!] minore, e come una inevitabile condizione per sopravvivere.

La guerra, come si vede, non solo viene incontro al bisogno di distruzione necessaria, ma si raffigura anche in una forma psicologicamente accettabile. [Ovviamente è accettabile per l’uomo-robot, cioè alienato nella “morale” del suo “stesso Partito”, come qui successivamente rilevato da Orwell - NdR] Come principio, sarebbe altrettanto semplice, per tenere occupate e quindi disperdere le eccedenze di mano d’opera del mondo, costruire templi e piramidi, far buche nel terreno e poi riempirlo di nuovo, o anche semplicemente produrre vaste quantità di beni, e poi distruggerle appiccando incendi. Ma tutto questo servirebbe soltanto ai bisogni economici e non a quelli psicologici d’una società gerarchica. Ciò di cui si vuol definire qui la natura non è tanto la morale delle masse, il cui atteggiamento ha un’importanza trascurabile per tutto il tempo in cui esse sono occupate a lavorare, quanto la morale dello stesso Partito. Si suppone che anche il più umile membro del Partito sia competente, industrioso, ed anche intelligente, seppure entro certi limiti; ma è assolutamente necessario che egli abbia una fede cieca, che sia un fanatico ignorante, i cui sentimenti fondamentali devono essere la paura, l’odio, l’adulazione, [idem est: “leccaculismo”, come volevasi dimostrare - NdR] e lo stato orgiastico del trionfo. Si richiede, in altre parole, ch’egli abbia la mentalità conforme allo stato di guerra. Né importa che la guerra ci sia realmente, e dal momento che non è possibile, per nessuna delle parti, una vittoria decisiva, non importa nemmeno se la guerra va bene o va male. La sola cosa indispensabile è che esista tale stato di guerra. Il dissolversi della ragione che il Partito richiede e favorisce nei suoi membri, e che è assai più facilmente raggiunto in una atmosfera di guerra, è ora quasi universale, ma più si sale nei gradini gerarchici e più appare notevole. É proprio tra le file del Partito Interno che l’isterismo guerriero e l’odio del nemico sono più forti. Nella sua capacità di amministratore si rende spesso necessario, per un membro del Partito Interno, di sapere che questa o quella notizia riguardante la guerra è inventata; egli può anche essere a parte, e spesso, del fatto che tutta la guerra è una invenzione, e che può anche non essere per nulla in atto, ovvero che può essere stata mossa per scopi del tutto diversi da quelli dichiarati: tale nozione, infatti, può essere facilmente neutralizzata con la tecnica del “bispensiero”. Nessun membro del Partito Interno vacilla un solo istante nel suo mistico credo che la guerra è reale, destinata a finire vittoriosamente, cosi come in quell’altro che l’Oceania è destinata a diventare la padrona del mondo intero.

Tutti i membri del Partito Interno credono in questa vittoria futura come in un articolo di fede. [E questa non è altro che la fede delle fedi: il mentecattocomunismo! - NdR] . Tale vittoria si otterrà o con l’occupare man mano un numero sempre maggiore di territori e costruire cosi il baluardo di un potere invincibile, cioè con la scoperta di un’arma nuova e che non sia possibile controbattere. La ricerca di nuove armi continua incessante, e costituisce, anzi, una delle pochIssime attività nella quale una mente proclive all’invenzione e alla speculazione può ancora esercitarsi. Nell’Oceania, al giorno d’oggi, la Scienza, nel vecchio significato del termine, ha quasi cessato di esistere. In neolingua, infatti, non c’è una parola appropriata per dire Scienza. Il metodo di ricerca filosofica cosiddetto empirico, sul quale erano fondati tutti i risultati scientifici del passato, è del tutto opposto ai principi fondamentali del Socing. Lo stesso progresso tecnico può darsi solo in quei casi in cui esso possa sfruttarsi per diminuire e sempre più restringere la libertà umana. In tutte le arti e i mestieri e le professioni il mondo è in totale arresto ovvero in regresso. I campi sono arati con aratri trainati da cavalli, mentre i romanzi vengono scritti mediante appositi meccanismi. Ma quanto alle questioni di importanza vitale (col che si vuole alludere, in sostanza, alla guerra e allo spionaggio poliziesco) il metodo empirico trova ancora incoraggiamento, o almeno tolleranza. I due principali scopi del Partito sono costituiti: primo, dal conquistare e soggiogare l’intera superficie della terra; secondo: dall’estinguere, una volta per tutte, ogni possibilità di pensiero indipendente. Ci sono quindi due grandi problemi alla cui soluzione è soprattutto interessato il Partito. Uno consiste nello scoprire, contro la sua volontà, quel che un essere umano sta pensando, l’altro consiste nell’uccidere numerose centinaia di milioni di persone in pochi secondi, senza previo avvertimento. Per quel che riguarda le possibilità della ricerca scientifica (se di questa si può parlare) questi sono i suoi campi di specializzazione. Lo scienzIato d’oggi rappresenta una mescolanza, o compromesso, fra lo psichiatra e l’inquisitore che studi, con esasperante minuzia, il significato delle espressioni facciali, dei gesti e dei toni di voce, che controlli le reazioni a determinate droghe somministrate per stimolare le inconsce manifestazioni dei pazienti così come la terapia dei cosiddetti “elettro-choc”, insieme agli effetti dell’ ipnotismo e delle torture fisiche; ovvero è un chimico, un fisico o un biologo, che si occupa solo di quei rami della scienza che riguardano direttamente la vita umana. Nei vasti laboratori del Ministero della Pace, nelle stazioni sperimentali nascoste nelle foreste brasiliane, o nel deserto australiano o nelle inaccessibili isole antartiche, squadre di esperti sono occupate in un lavoro indefesso. Talune sono impiegate soltanto nello studio dei piani logistici per le guerre del futuro; altri progettano bombe-razzo di dimensioni sempre più grandi e di portata sempre più vasta e impressionante, cioè nuovi tipi di formidabili esplosivi, o di impenetrabili materiali da protezione; altri ricercano formule per gas sempre più potenti e micidiali, o per veleni in soluzione capaci d’esser prodotti in tale vastissima misura da distruggere la vegetazione di interi continenti, o per colture di germi di malattie garantiti contro ogni possibile immunizzazione o antidoto; altri si sforzano di ottenere nuovi modelli di mezzi di trasporto che possano aprirsi la via sotto terra, così come un sommergibile corre sott’acqua, cioè di aeroplani che possano avere un’autonomia di volo pari all’autonomia di navigazione d’una nave; altri ancora esplorano quali possibilità esistano di concentrare il fuoco dei raggi solari mediante lenti di spropositata grandezza sospese altissime, migliaia di chilometri sul livello terrestre, ovvero di produrre terremoti e maree artificiali, sfruttando il calore al centro della terra.

Ma nessuno di questi progetti giunge mai realmente alla sua attuazione, e nessuno dei tre superstati riesce in alcun modo a sopraffare sul serio gli altri due. E quel che è anche più importante, tutt’e tre le potenze già posseggono nella bomba atomica un arma assai più potente e micidiale di quante non ne possano essere inventate dalle presenti ricerche. Sebbene il Partito, secondo un suo tipico costume, pretenda di avocare a sé la priorità dell’invenzione, le bombe atomiche apparvero, per la prima volta, fin dai primi anni dopo il ’40, ma furono usate su larga scala soltanto dopo circa dieci anni. Centinaia di bombe furono gettate, in quell’occasione, sui principali centri industriali, soprattutto nella Russia europea, nell’Europa occidentale e nell’America del Nord. Ne derivò la convinzione, da parte delle cricche governanti di tutti i paesi, che l’esplosione anche soltanto di poche bombe ancora avrebbe determinato la fine d’una società organizzata, e quindi del loro stesso potere. Da allora in poi, sebbene non si pervenisse né si accennasse, neppure da lontano, ad una forma d’accordo in proposito, pure ci si astenne dal gettare le bombe atomiche. E nondimeno tutt’e tre i superstati continuano a produrre bombe atomiche e ad immagazzinarle in vista della decisiva occasione che, secondo essi credono unanimi, dovrà presentarsi prima o poi. Nel frattempo, l’arte della guerra è rimasta stazionaria per circa trenta o quarant’anni. Gli elicotteri sono ora usati più di quanto non lo fossero prima, i sistemi di bombardamento sono stati quasi tutti superati da proiettili a carica e a guida interna, e le deboli e fragili navi da battaglia semoventi hanno ormai ceduto il posto alle quasi inaffondabili Fortezze Galleggianti; per quel che riguarda tutto il resto, i mutamenti sono stati di scarsa portata. Il carro armato, il sommergibile, la torpediniera, il fucile mitragliatore, e persino il fucile e la bomba a mano sono ancora in uso. E, nonostante le stragi senza fine strombazzate dalla stampa e dal teleschermo, le disperate battaglie delle guerre precedenti, nelle quali centinaia di migliaia e perfino di milioni dì uomini venivano uccisi in poche settimane, non si sono più ripetute.

Nessuno dei tre superstati s’azzarda mai a mettere in atto una manovra che possa portare il rischio d’una sconfitta. Le operazioni di maggior portata si riducono, di solito, a un attacco di sorpresa ai danni di un alleato. La strategia che le tre potenze seguono, ovvero che simulano di seguire è la medesima. Il piano consiste nell’ottenere per mezzo d’una combinazione di combattimenti, di tregue seguite da voltafaccia calcolati a tempo, ecc., un anello di basi che circondino completamente l’uno o l’altro degli Stati rivali, e quindi nel firmare un patto d’alleanza con codesto rivale e restare in pace con esso per tutti quegli anni in cui si possono tenere assopiti i sospetti. In questo tempo bombe-razzo cariche di una parte d’energia atomica si possono radunare in tutti i punti strategici; da ultimo esse verranno scatenate tutt’insieme, con effetti di devastazione tali da rendere assolutamente impossibile ogni forma di contrattacco. Si avrà il tempo, allora, di firmare un patto d’amIcizia con l’altra potenza mondiale, in preparazione d’un nuovo attacco. Tale piano, com’è chiaro, costituisce un puro sogno a occhi aperti, impossibile ad attuarsi. Senza contare che non si da’ nessun serio combattimento se non nelle aree disputate attorno all’Equatore o al Polo: non si tenta mai alcuna invasione del territorio nemico. Ciò spiega perché, in talune regioni, le frontiere fra i superstati sono arbitrarie. L’Eurasia, per esempio, potrebbe facilmente conquistare le Isole Britanniche, che sono geograficamente parte dell’Europa, oppure, d’altra parte, sarebbe anche possibile, per l’Oceania, spingere le proprie frontiere fino al Reno, o anche fino alla Vistola. Ma ciò violerebbe il principio, seguito da tutte le parti contendenti, sebbene mai formulato, dell’integrità culturale. Se l’Oceania conquistasse le aree conosciute un tempo con il nome di Francia o Germania, si renderebbe necessario o lo sterminio degli abitanti, compito che presenterebbe grandi difficoltà materiali, o di assimilare una popolazione di circa cento milioni che, per quanto riguarda lo sviluppo tecnico, non si trova su un piano, strettamente parlando, “oceanino”. Per gli altri superstati il problema è identico. È assolutamente necessario alla loro struttura che essi non abbiano contatti con lo straniero, tranne, e in misura limitata, che con prigionieri o con schiavi di colore. Anche l’alleato ufficiale del momento è riguardato con il più ombroso sospetto. Se si eccettuano i prigionieri di guerra, la media dei cittadini dell’Oceania non ha mai visto coi propri occhi un abitante dell’Eurasia o dell’Estasia, e la conoscenza delle lingue straniere gli è proibita. Se gli si permettesse d’aver contatti con loro, egli scoprirebbe che sono creature del tutto simili a lui e che la maggior parte delle cose che gli sono state dette su di loro è menzogna. Le barriere del mondo chiuso in cui egli vive verrebbero infrante, e la paura, l’odio e la sicurezza di sé, da cui dipende la sua morale, verrebbero dissolti. È quindi sottinteso, da tutte le parti, che sebbene la Persia o l’Egitto o Giava possano mutare teoricamente padrone, le frontiere principali non devono essere attraversate se non da bombe.

A fondamento di ciò sussiste un fatto del quale non si è mai parlato apertamente, ma che è tacitamente sottinteso, e che serve di base all’azione stessa: le condizioni di vita in tutt’e tre i superstati sono, praticamente, le stesse. In Oceania la filosofia imperante si chiama Socing [Socialismo Inglese - NdR], in Europa si chiama Neo-Bolscevismo [Nuovo Comunismo o Mentecattocomunismo - NdR] in Estasia viene chiamata con un nome cinese che si traduce per solito con Culto della Morte, ma che si renderebbe forse assai meglio con Annullamento di se stessi [“Kamikazismo” - NdR]. Al cittadino dell’Oceania non è permesso conoscer nulla dei principi delle altre due filosofie, ma gli viene insegnato a esecrarle quali barbari oltraggi alla morale e al buon senso. In realtà le tre filosofie sono distinguibili appena, e i sistemi sociali che esse difendono non si distinguono affatto fra loro. [Oggi esse sono sostanzialmente amalgamate nel pentolone della cosiddetta “New Age” con esponenti come Krishnamurti, Maturana, Einstein, e tutti coloro che raggiunsero e raggiungono la notorietà attraverso il leccaculismo partitocratico - NdR]. Dappertutto c’è la stessa struttura piramidale, lo stesso culto, la stessa adorazione per il capo semidivino [leccaculismo faraonico - NdR], la stessa economia permessa ed esaurita insieme dalle continue guerre. Ne consegue che i tre superstati non solo non possono vincersi l’un l’altro ma anche che non saprebbero trarre da una vittoria nessun vantaggio. Al contrario, per quanto dura la guerra, essi si sostengono l’un l’altro come tre covoni di grano. Di solito, i gruppi direttivi di tutt’e tre le potenze sanno e non sanno quel che effettivamente stanno facendo. Le loro vite sono, sì, dedicate alla conquista del mondo, ma essi sanno benissimo come sia necessario che la guerra duri per sempre, e senza vittoria. Contemporaneamente, il fatto che non ci sia alcun pericolo d’esser vinti rende possibile la negazione della realtà, che è una caratteristica del Socing e dei suoi sistemi rivali. E qui è necessario ripetere ciò che è stato già detto innanzi, e cioè che, col farsi continuata e ininterrotta, la guerra ha mutato sostanzialmente il suo carattere.

Nel passato una guerra era, quasi per definizione, qualcosa che prima o poi si concludeva, di solito, in vittoria o sconfitta. Né su ciò si potevano nutrire dubbi. Nel passato la guerra era anche uno dei principali strumenti per mezzo dei quali la società veniva mantenuta a contatto con la realtà fisica. Gli uomini di governo dì tutte le epoche hanno sempre tentato d’imporre una concezione del mondo assolutamente arbitraria sui loro seguaci, ma non riuscirono a incoraggiare mai qualsiasi illusione che tendesse a indebolire l’efficienza militare. Fino a che una sconfitta significò la perdita dell’indipendenza, cioè qualche altro risultato che si doveva ritenere evitabile, le precauzioni, appunto, contro una sconfitta dovevano essere seriamente prese. I fatti materiali non si potevano ignorare. In filosofia, in religione, in etica e in politica, due e due avrebbero potuto fare cinque, ma fino a che ci si manteneva nell’ambito di disegnare un aeroplano o un fucile dovevano fare quattro. Le nazioni inefficienti, prima o poi, dovevano rassegnarsi ad esser vinte, e la lotta per l’efficienza era nemica dell’illusione. Senza contare che, per essere efficienti, era necessario imparare la lezione del passato, il che significava avere un’idea precisa, seppure sommaria, di quel che era appunto accaduto nel passato. I giornali ed i libri di storia erano naturalmente, in varia misura e in varie direzioni, tendenziosi, ma una sistematica falsificazione come quella che viene praticata oggigiorno sarebbe stata impossibile. La guerra era una sicura difesa dell’intelligenza e, per quel che riguardava le classi dirigenti, costituiva probabilmente la più importante delle difese. Fintanto che le guerre potevano essere o perdute o vinte, nessuna classe dirigente avrebbe potuto permettersi il lusso di essere del tutto irresponsabile.

Ma quando la guerra diventa letteralmente ininterrotta, cessa nel contempo di essere pericolosa. Quando la guerra è continua, non esiste quel che si chiama la necessità militare. Il progresso tecnico può essere ignorato e anche i fatti più palpabili possono venir negati o trascurati. Come abbiamo visto, un certo tipo di ricerca, che si può chiamare scientifico, continua tuttora per scopi di guerra, ma questo costituisce una specie di assurdo la cui incapacità ad arrivare a risultati positivi non ha troppa importanza. L’efficienza, anche la stessa efficienza militare, non è più a lungo necessaria. Nulla è davvero efficiente, nell’Oceania, se si eccettua la Psicopolizia. Dal momento che ciascuno dei tre superstati è invincibile, ciascuno costituisce un universo separato, nell’ambito del quale quasi ogni perversione del pensiero può essere tranquillamente perpetrata. La realtà esercita una sua funzione soltanto nei bisogni della vita giornaliera: il bisogno di mangiare e di bere, di aver di che riposarsi e di che vestirsi, di evitar d’inghiottire sostanze velenose o cader dalla finestra, e simili. Tra la vita e la morte e tra il piacere fisico e la pena, del pari, fisica, si fa ancora una sorta di distinzione: e questo è tutto. Tagliato fuori dai contatti dal resto del mondo e dal passato, il cittadino di Oceania è come un uomo in uno spazio interplanetario che non ha alcun modo di sapere se sia collocato in alto o se sia collocato in basso, se vada in una direzione o in una direzione contraria. I governanti di tali Stati sono assoluti come i Faraoni e i Cesari non riuscirono mai ad essere. [È l’attuale situazione di “governo” dei “Governatori” della banche centrali, mediante supercapitalismo tanto occulto quanto assoluto in cui per esempio il signoraggio bancario prende varie denominazioni affinché passi inosservato - NdR]. Essi sono obbligati a prevenire che i loro seguaci muoiano di fame in masse cosi numerose da costituire un inconveniente, e nello stesso tempo sono obbligati a restare allo stesso livello di preparazione militare dei loro odiati rivali; ma una volta che questo minimo sia raggiunto essi possono trasformare la realtà in qualsiasi forma piaccia loro di scegliere.

La guerra, quindi, se giudichiamo dall’esperienza delle guerre passate, non è se non una impostura. È come quei combattimenti fra certi animali appartenenti alla specie dei ruminanti, e le cui corna crescono secondo determinati angoli tali da impedire che essi possano effettivamente ferirsi l’un l’altro. Ma sebbene irreale, non per questo è destituita di significato. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo, ed aiuta, nel contempo, a conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede a una società organizzata gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna. Nel passato, le classi dirigenti di tutti i paesi, pur se potevano conoscere quel che di comune c’era negli interessi delle parti contendenti, e quindi limitare la potenza distruttiva della guerra, si combattevano a vicenda, e il vincitore immancabilmente spogliava il vinto. Oggi non ci si combatte più a vicenda, non ci si combatte affatto. La guerra viene mossa dalle classi dirigenti contro i propri seguaci e l’oggetto della guerra non è quello di prevenire o di fare conquiste territoriali, bensì quello di mantenere intatta la struttura [gerarchica - NdR] della società. E quindi la stessa parola guerra è divenuta equivoca. Sarebbe probabilmente esatto dire che, una volta divenuta continua, senza più interruzione, la guerra ha cessato propriamente di esistere. Quella sua particolare funzione stimolante che aveva esercitato sull’uomo tra l’Età Neolitica e i primi decenni del secolo ventesimo, è del tutto scomparsa ed ha ceduto il posto a qualcosa di completamente diverso. L’effetto sarebbe lo stesso anche se i tre superstati, invece di combattersi l’un l’altro, si accordassero per vivere in perpetua pace e restare ciascuno inviolato nei propri confini. Poiché in tal modo ognuno potrebbe essere un universo bastevole a se stesso, liberato per sempre da ogni influenza che provenga dal pericolo esterno. Una pace che fosse davvero permanente sarebbe in tutto identica a una guerra, appunto, permanente. Questo (sebbene la gran maggioranza dei membri del Partito se ne renda conto in modo del tutto superficiale) è il vero significato dello slogan del Partito: LA GUERRA È PACE.

postato da Ocolingo alle ore 08:22 | link | commenti
categorie: guerrafondai